La quarta unità

Quando nel superfluo si cela l’indispensabile  

Libertà: non è più un bene universalmente accessibile e disponibile, ma oggetto delle logiche della privatizzazione ad ogni costo. Numerosi interrogativi e ricerca incessante del significato di parole chiave, come flessibilità, bisogno, desiderio, coerenza e valori condivisi, sono i punti cardine.

Il 10 e 11 marzo al Teatro Planet gli Accadueo Non Potabile portano in scena il loro ultimo spettacolo già finalista del DOIT festival a Roma, in collaborazione con Scenica Frammenti Teatro e Residenze teatrali e con il supporto tecnico di Ginevra Formentini.

Oggigiorno la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla, diceva Oscar Wilde.

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Mai come adesso, a qualunque latitudine, la società ragiona in termini di monetizzazione e di conversione in denaro di qualunque cosa. Tutto ha un prezzo: le case, le automobili, il cibo, il vestiario, e tutto costa terribilmente caro. Talmente caro che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha pensato: Tra un po’ ci faranno pagare pure l’aria!

E se fosse davvero così? Se in un domani non troppo lontano fossimo costretti a pagare anche l’aria, la pioggia, la luce del Sole, le nuvole, persino le emozioni? Potremmo mai stupirci della nascita di call center adibiti alla vendita di pacchetti promozionali che ci costringano a vedere, sentire o parlare a tariffe vantaggiose?

Gli Accadueo non potabile, gruppo teatrale nato all’interno della celeberrima Ca’ Foscari di Venezia e da essa supportato nella sua crescita artistica, hanno cercato delle possibili risposte nel loro spettacolo La quarta unità, che scena dopo scena si rivela allo spettatore in tutta la sua espressività ed intensità.

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Due giovani, Franz ( Marco Tonino ) e Stan ( Jacopo Giacomoni ), sono appena stati assunti come centralinisti di una grande azienda che vende pacchetti per respirare, per rimanere in equilibrio, persino per l’erogazione dell’attrito. In qualità di neoimmessi sono tenuti a seguire un vero e proprio percorso di training aziendale, professionale ma soprattutto fisico, sotto lo sguardo rigido e senza scrupoli del loro motivatore ( Vincenzo Tosetto ). La loro giornata si svolge ininterrottamente tra telefonate ad utenti senza nome, identificati solo da un numero, offerte promozionali per l’acquisto di beni indispensabili e un incessante lavoro di condizionamento mentale e psicologico teso a far capitolare soprattutto i clienti più inaccessibili, i cosiddetti obiettori.

Le regole di questo gioco al massacro sono poche e semplici. Più si vende, più unità si guadagnano. Meno si vende, più si retrocede. Mai avere contatti con gli obiettori, impone la quarta unità. A meno che dietro un anonimo consumatore non si celi una voce fuori dal coro capace di destabilizzare anche il venditore più spietato. Così l’ossessione di Franz per l’utente 212, alias Rebecca, si scontrerà con l’ostilità e la tenacia di quest’ultima giungendo inevitabilmente all’estrema conseguenza, intesa per entrambi come unica via di fuga e di salvezza.

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Il giovane Jacopo Giacomoni sa rendere perfettamente il senso di ciò che il lavoro è diventato per le nuove generazioni: un miraggio da conquistare e mantenere faticosamente ogni giorno attraverso sforzi titanici e a qualunque costo, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze nei confronti degli altri, mirando solo ed esclusivamente al proprio tornaconto. Un mondo alienato ed alienante dove la vittima diventa consapevole carnefice, in cui la libertà non è più un bene universalmente accessibile e disponibile ma è essa stessa oggetto delle logiche della privatizzazione ad ogni costo.

Dal punto di vista scenico il merito principale lo acquisiscono le luci, sapientemente combinate con una scenografia minimal in cui il solo utilizzo di un nastro adesivo bianco, posizionato sul nero del pavimento e del fondale, delimita le postazioni di lavoro dei due protagonisti quasi come fossero le cellette di due api operaie, e in cui ogni cambio cromatico o di puntamento delle luci stesse corrisponde ad una nuova ambientazione.

Semplici ma efficaci i costumi nel definire i ruoli e l’aspetto psicologico dei protagonisti, così come marginali sono le musiche di scena, esigue ma calzanti con la performance; è invece da notare maggiormente la pertinenza somatica tra attori e personaggi, indice della particolare coincidenza tra volto e maschera attoriale.

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Lo spettacolo ci lascia con numerosi interrogativi e con la ricerca incessante del significato di parole chiave come flessibilità, bisogno, desiderio, coerenza e valori condivisi. Rimane, nello spettatore, l’amara consapevolezza dell’attualità delle odierne logiche di mercato e del voler fare impresa in maniera indiscriminata e spregiudicata sacrificando i valori primari dell’essere umano, destinati ad essere calpestati fin quando gli interessi di pochi saranno alla base della sorte di molti.

Elena D’Elia

Foto: Sergio Battista

 

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