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Fenomenologia del mito da Ovidio alla realtà virtuale

Nell’ambito del Roma Fringe Festival 2017, lo spettacolo di Vittoria Faro sul mito ovidiano è una piccola creatura anch’essa dalle sembianze mutate, proiettate verso l’eternità. Il suo valore intrinseco è affidato alla memoria, custode degli archetipi della conoscenza e riferimento immutabile dell’umanità

“Tutto si trasforma, nulla perisce. Lo spirito vaga […] e s’infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, e mai si consuma…”. Così scrive Ovidio, nel capitolo dedicato al discorso di Pitagora, all’interno del poema epico – mitologico: “Le metamorfosi”. La citazione è d’obbligo, soprattutto se consideriamo che lo stesso Ovidio ha attinto, come i suoi predecessori, al mito greco, rimodellandolo in maniera del tutto personale.

Alla luce di tale premessa, è ancor più comprensibile quanto è alla base della sperimentazione scenica della regista Vittoria Faro e dei suoi quattro performer, Luigi Biava, Cecilia Mati Guzzardi, Carola Wilson Ripani ed Elisabetta Ventura. L’idea è di rivisitare Ovidio ambientando la nascita di una nuova umanità e le sue evoluzioni in una dimensione tecnologica proiettata nel futuro, dove l’incontro tra gli archetipi e la ricerca di senso da parte dell’individuo sono in perenne conflitto tra loro.

Tre sono i quadri descritti, introdotti da un prologo incentrato sul caos primigenio e la genesi dell’umanità: “Deucalione e Pirra”, “Apollo e Dafne” e “Callisto”. I performer sono avvolti in teli di plastica che li rendono simili a bozzoli, creature forgiate da un dio amorevole che si rivelano indegne di tale privilegio, e per questo subiscono le ire di Giove che li distrugge. Deucalione e Pirra danno origine a una nuova progenie, novelli Adamo ed Eva in una dimensione 2.0.

Segue il mito di “Dafne”, che per sfuggire ad Apollo si trasformò in un albero d’alloro, per poi terminare con la figura di Callisto, sedotta e abbandonata da Zeus, che per averla si tramuta in Artemide.

Gli artisti indossano spesso abiti bianchi, altre volte sono seminudi con il volto ricoperto da maschere di animali. Un evidente richiamo alla mitologia, dove la mutazione dell’uomo in animale o pianta è essa stessa metamorfosi.

La Faro si conferma un’artista ardita cui non manca il coraggio di osare e di sperimentare nuovi percorsi drammaturgici dove la danza e il movimento scenico prevalgono spesso sul testo, in questo caso assente. Una scelta, questa, per cui i contenuti narrativi possono sembrare di difficile interpretazione, ma che al contempo, come afferma la stessa Faro, stimolano la curiosità nello spettatore di approfondire i contenuti originari e confrontarli con il prodotto finale.

La regia è corroborata da voice off e musiche dalle sonorità martellanti e ossessive, curate da Francesco Leineri e Sergio Schifano, mentre le luci giocano con i chiaroscuri e disegnano ombre e volumi.

Il movimento scenico è molto controllato; la scoperta di sé passa anche attraverso il difficile contatto con l’altro-da- sé. L’arduo uso del tatto, quale porta verso il mondo esterno, è sintomo della paura di percorrere lo stesso cammino.

Iperconnessi ma sempre più soli, quindi, in un mondo che Bauman definiva liquido, dove la memoria è affidata alla rete. Solo il coraggio di rinascere a nuova vita, riconoscendo i nostri  limiti, ci porterà a ritrovare noi stessi, gettando la maschera e ritrovando una perduta umanità.

Elena D’Elia

Foto: Sergio Battista

 

 

Roma Fringe Festival 2017Villa Mercede

Palco C, 6, 8 settembre ore 21:00,

Palco B, 7 settembre ore 21:00

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ideazione e regia Vittoria Faro

performer: Luigi Biava, Cecilia Mati Guzzardi, Carola Wilson Ripani ed Elisabetta Ventura

musiche Francesco Leineri e Sergio Schifano

 

 

 

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