Letizia Battaglia. Per pura passione

Perché vivere civilmente vuol dire vivere con dignità

“Dimmi come posso raccontare la mafia di oggi, non riesco a vederla, non so più come fotografarla”. Comincia così il viaggio che racconta un angolo di storia italiana, il quale ancora oggi attanaglia e distrugge parti di società che, con lentezza, si rendono libere

img_6779Mercoledì 23 novembre il Maxxi  (Museo Nazionale delle arti del XXI secolo) ha inaugurato la grande mostra antologica dedicata a una delle figure più rilevanti della fotografia contemporanea  del nostro Paese: Letizia Battaglia. Per pura passione.

Letizia Battaglia viene denominata Fotografa della mafia, e non solo. Anche testimone della vita e della società del nostro Paese, nell’immaginario collettivo i suoi scatti trasudano valore civile ed etico: “Perché vivere civilmente vuol dire vivere con dignità”.

L’esposizione costituita da oltre 200 immagini, e da diversi materiali d’archivio, intende mostrare i vari aspetti della personalità dell’artista. La mostra è suddivisa in due sezioni: la prima parte testimonia l’attività come fotoreporter tra Milano e Palermo (a partire dalla fine degli anni Sessanta); il suo lungo impegno nel campo dell’editoria; il suo interesse per il teatro sperimentale; la regia; e l’esperienza con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Pindemonte; nella seconda parte, invece, è possibile ammirare la grande installazione Anthologia, un percorso di oltre 120 fotografie che ricostruiscono la varietà dei soggetti ritratti da Letizia Battaglia nell’arco di quarant’anni di storia italiana.

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Affianco ai personaggi noti possiamo vedere espressioni di persone comuni, bambini e donne. Gli scenari ritratti, invece, non sono solo quelli di un’Italia dilaniata dalla mafia, ma anche scorci dei quartieri popolari e dei salotti borghesi della capitale siciliana degli anni settanta.

Possiamo infatti, ricordare, gli scatti di Giovanni Falcone, dell’omicidio Mattarella, delle scritte accusatorie nei confronti della mafia per l’omicidio di Peppino Impastato, a Cinisi, e di Rosaria Schifani, moglie di Vito, agente della scorta di Falcone.

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Rimaniamo colpiti dal forte impatto della nudità delle foto esposte nell’ultima sala, dove è possibile munirsi di una mappa cartacea per leggere la didascalia di ogni fotografia esposta. Riconosciamo, dunque, che Letizia Battaglia non si è mai tirata indietro nel testimoniare la verità ed interpretare la realtà con presenza costante, infinito coraggio e pura passione: “Per cui la mia macchina fotografica era come un altro cuore, un’altra testa, non era un mezzo per vendere fotografie, per diventare famosa, era il mio cuore che parlava”.

Il suo primo servizio, dedicato alla prostituta Enza Montorio (1969), è pubblicato su L’Ora di Palermo, quotidiano con il quale collabora da più di vent’anni. Il vero e proprio esordio nella fotografia di cronaca risale tra il 1971 e il 1974, a Milano: qui incontra Pier Paolo Pasolini, e documenta l’esperienza del  teatro sperimentale di Franca Rame e Dario Fo.

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Tornata in Sicilia avvia con Franco Zecchin il servizio fotografico de L’Ora, e per tutti gli anni Settanta e Ottanta racconta la città attraversata dalla mafia, ma anche animata dal desiderio di riscatto e di rinascita. Questo è visibile nelle espressioni sorridenti della gente, nei visi delicati dei bambini e delle bambine, come anche negli attimi intimi, rubati a delle coppie mentre vengono ritratte nello scambio di un bacio, o in una gigantografia di una rosa: un fiore che sboccia, simbolo della vita che nasce.

Si ha tempo fino al 17 aprile 2017 per visitare la mostra Letizia Battaglia. Per pura passione: risultato di un racconto culturale italiano, con il desiderio viscerale di approfondire la parte socio-politica, la quale tuttora si ripercuote nelle città siciliane e nella storia del nostro Pese, che con lentezza trova strade verso la libertà, grazie alle numerose denunce da parte di cittadini resilienti e consapevoli che bramano giustizia.

Elisa Galletto

Foto: Elisa Galletto

 

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