Please Come back!

Prigione a cielo aperto 

ll MAXXI apre le porte a una mostra dedicata alla dimensione carceraria e alla città contemporanea come prigione. Dal 9 febbraio al 28 maggio sarà dunque possibile visitare l’esposizione, a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli, di oltre cinquanta opere di 26 artisti che raccontano la loro visione personale dell’era moderna 

A Roma grande affluenza per il progetto “Please Come back!”, una delle mostre con cui il MAXXI, museo delle arti del XXI secolo progettato dalla visionaria architetta iraniana Zaha Hadid, apre l’intensa stagione artistica del 2017. Il titolo dell’intera mostra trae ispirazione da un’opera del collettivo Claire Fontaine: una scritta al neon che recita appunto la frase, la quale fa da eco a … Se da un lato quel “torna per favore” può far pensare a un rimando romantico, dall’altro ricorda non a caso i messaggi pubblicitari volti ai clienti che escono dai negozi.

Il progetto analizza la prigione sia nella sua dimensione fisica, sia in quella astratta, intesa quindi come luogo di reclusione e la città contemporanea, paragonabile a una gabbia che non permette piena libertà all’individuo.

Gli eventi politici e la cronaca degli ultimi anni hanno condotto al crollo dei paradigmi storici e dunque a un ribaltamento dell’ottica della società, momento che ha avuto il suo culmine con l’11 Settembre, costringendo a un incremento della sorveglianza e a un’acuirsi dei sistemi di controllo.

Il senso di prigione in modo astratto si può configurare nell’odierna era tecnologica, che ci ha portati a diventare schiavi della condivisione e dei social; se da una parte la libertà d’espressione ha trovato nuovi spazi, lo statuto della privacy ha percorso una strada tortuosa.

La mostra, allestita nella Galleria 5 del MAXXI, affronta questo tema diviso in tre sezioni: Dietro le mura; Fuori dalle mura; Oltre i muri.

Nella prima parte Harun Farocki proietta il visitatore all’interno della prigione di massima sicurezza di Corcoran (California), attraverso le immagini delle videocamere di sorveglianza: un carcerato può finalmente rivedere la moglie nel turno di visita, dove i due si devono accontentare di tenersi solamente per mano, nessuna manifestazione d’affetto è permessa. A terra, invece, si nota la pianta di una cella delimitata da calchi in piombo, usati da Rossella Biscotti a simboleggiare la lotta per l’abolizione della galera.

Le mura del carcere si estendono alla realtà urbana nella sezione “Fuori le Mura”, dove l’architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta dà sfogo a progetti utopici per ovviare alle contraddizioni della città contemporanea.

Nella sezione “Oltre i muri”, infine, Jenny Holzer pone al centro della sua analisi i provvedimenti presi dalla politica statunitense durante la “guerra del terrore”, mostrando alcuni documenti censurati poi resi pubblici. Le limitazioni della libertà e l’aumento della sorveglianza sono state astutamente smascherate come misure di accorgimento per mantenere l’ordine pubblico.

I limiti di questa società, eccessivamente controllata e oppressa dal condizionamento dai social network, che scopre ogni tipo di privacy, si manifestano nella loro totale contraddizione.
L’intento di “Please come back” è marcare quello che si è perso durante il passaggio all’età contemporanea, in modo da riconoscere ciò che vogliamo ritorni indietro da quel locus amoenus perduto che è tuttora la modernità.

Sara Boscolo Zemello

 

 

 

 

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