Dillon

I suggestivi suoni “dark”

Camminare su territori inesplorati vuol dire contaminarsi di nuove esperienze. La musica elettronica si è impossessata di noi, dandoci così l’opportunità di conoscere uno stile diverso, rispetto a quelli che finora abbiamo descritto

Spostarsi di casa e andare all’Auditorium Parco della Musica di Roma genera un sapore tutto particolare. Già l’ambiente è caratteristico, quindi attendere l’inizio dei concerti nelle sale accoglienti rende tutto più piacevole.

Il 9 marzo nella Sala Petrassi si è esibita Dillon, nome d’arte di Dominique Dillon de Byington. Brasiliana di nascita e berlinese di adozione, la sua musica verte sull’elettronica dal carattere pop: la sperimentazione di suoni e di voci, dunque influenzano il percorso attuale dell’artista.

Techno, elettronica, voci, acuti, e sonorità donano all’esibizione un background decisamente “dark”. La musica molto evocativa, fa saltare alla mente scene di film ambientati nell’era dei templari, mentre atmosfere medioevali e contesti da sette sataniche, sono collegamenti affascinanti.

Il concerto, infatti, si avvale di un registro d’ispirazione nord europea, dove luci e ombre comunicano alla perfezione, e ogni artista è avvolto e illuminato dal classico “occhio di bue”. Tutti attorniati dalla nebbia, le figure sul palco sono parte di un disegno scenografico ben pensato e che affascina.

Dillon, ricorda un po’ Bjork, ma dalle tonità più acute e dolci, meno contratte e graffianti rispetto la famosa cantante islandese. Il nero e il bianco sono i colori contemplati per la performance: mentre tutti sul palco sono in total black, le luci riversano tutto il loro candore. La cantautrice indossa un abito nero con elementi di organza trasparente, le sedici componenti del coro femminile, invece, vestono delle semplici tuniche in raso nero. Anche il compositore e collaboratore Tamer Fahri Özgönenc è in nero, e accompagna la cantante con versatilità.

Le musiche sono ricche di pathos: alcune inquietano gli stati d’animo, al contrario di altre più battenti; altri brani sono più melodici grazie al sottofondo del piano, adatte quindi a momenti contemplativi. Suggestivo e fotografico, il concerto-spettacolo, è atmosferico: sembra accompagnare il pubblico in un panorama sperduto dell’Inghilterra del nord, fatto di  colline dove vecchi ruderi o castelli risiedono e fungono da scenario.

È la prima volta che ci avviciniamo a questo genere musicale, dunque ciò che risalta sono le impressioni e le sensazioni vivide dell’istante. I ritmi che ascoltiamo ben si collocano all’interno di spazi commercialicontesti underground; particolarmente idonei, invece, come colonna sonora di sfilate di stilisti non proprio classici (Mugler, Miyake, Westwood).

La voce di Dillon è principalmente acuta con qualche piccola “notaroca, che la rende unica. La cantante, durante l’esibizione, è capace di coinvolgere il pubblico facendolo canticchiare. Il ritornello di Tip Tapping  viene così intonato dalla platea, per poi unirsi al coro, all’unisono. L’insieme armonico è davvero un momento intimo e prettamente acustico, in cui l’artista sfonda la quarta parete, guida gli astanti al canto, e sul palco si accovaccia e canta con delicatezza. You are my winter, è invece un assolo (alla tastiera) che emoziona.

Fino a dove può spingersi la voce? Verrebbe da dire all’infinito. Ed è proprio il caso di Dillon, che fa della sua voce fluidità: un tocco danzante. Durante il nostro ascolto si intrecciano sensazioni ruvide e dolci che la musica ci trasmette, grazie agli strumenti elettronici: tastiere; batteria; sintetizzatore, e l’uso del computer.

Un esperimento riuscito, dunque, il quale si inserisce nel mondo giovanile e attuale fatto di contaminazioni, ma soprattutto di nuovi linguaggi ben distanti dai puri classicismi, che ci permettono di conoscere altri ambiti musicali.

This silence killsDon’t goLightning Sparked, Nowhere, From one to six hundred kilometers, A matter of time, You cover me, questi alcuni dei brani eseguiti.

Annalisa Civitelli

Foto: dal web

 

 

 

 

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