Quello che non ho

Quando la musica incontra la narrazione

Al Teatro Brancaccio di Roma Neri Marcorè porta in scena parole e canzoni. Pier Paolo Pasolini, ancora attuale, diventa protagonista insieme a Fabrizio De Andrè attraverso il tempo, passato e presente. Accompagnato da un ensemble di tutto rispetto denuncia un po’ i nostri comportamenti verso l’ambiente che viviamo tutti i giorni e la politica che perde molto delle sue radici

Che Neri Marcorè fosse un’artista versatile non è stata una scoperta. Tra televisione, comicità, imitazioni e musica si muove con assoluta professionalità ed eleganza.

Quello che più stupisce è la sua dedizione, negli ultimi anni, rivolta al teatro canzone, che lo ha visto sui palchi italiani sia con l’acuto cantautore romano Luca Barbarossa, in “Attenti a quei dure”, sia in “Quello che non ho”, accompagnato da tre eccellenti chitarristi: Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, i quali vantano anche delle ottime capacità vocali.

All’interno di una scenografia, che contestualizza un ambiente esterno, studiata con rete metallica su cui le luci si infrangono grazie a un gioco di colori affascinante, sedie nere, un fondale che riproduce rocce e dei neon che cadono giù meccanicamente (all’occorrenza), accade un’operazione che scuote il pubblico o quantomeno le menti.

Dagli “Scritti Corsari” di Pasolini, agli articoli dagli “incipit fulminanti” alle righe ancora contemporanee dei suoi libri ai versi cantati di De Andrè, si giunge ai giudizi e alle opinioni sulla nostra realtà, oramai frantumata, proprio perché la roviniamo noi, producendo orrore e miserie.

L’artista, con la sua voce calda e inconfondibile, così narra e canta invitandoci a riflettere attraverso aneddoti e metafore su quanto avviene nel mondo ogni giorno. Lo sfondo politico e sociale, presentato a mo’ di cronistoria e ironicamente, dunque fa da specchio all’attualità,  mentre la cultura consumistica – quella di cui già parlava Pasolini nei lontani anni Settanta – oltre a non arrestarsi, continua ad invaderci.

I temi affrontati sono tanti: il senso del Patriottismo, le periferie cittadine, le contestazioni, l’inquinamento, l’arte, le polveri sottili (per esempio, il coltan), e infine i bambini considerati “merce preziosa” e di continuo sfruttati (si parla quindi di prostituzione minorile; aborti e suicidi; lavoro forzato e bambini soldato, indotti anche a spacciare, chiedere l’elemosina, e infine sono venduti e acquistati).

Tutto ciò va ad accostarsi alla citazione di una delle opere pasoliniane, un documentario girato nel 1963, “La Rabbia”, in cui lo stesso scrittore-poeta, artista d’avanguardia, fa un’analisi critica dell’Italia, che ha paura della guerra. Durante la sua carriera, inoltre, analizza la morte della bellezza, poiché soppiantata dalle dittature e dal razzismo. Di conseguenza denuncia il “genocidio culturale”, incitando il popolo ad un nuovo modello di riferimento, a volare alto, a risvegliare le proprie coscienze.

Non solo la voce dona alla platea i racconti ma anche le canzoni più conosciute, dal significato intenso, del cantautore ligure. Le sonorità jazz, pop-rock, melodiche e medioevali, fino ai ritmi cadenzati delle tarante, si accostano al gioco di cori in cui emergono le tonalità di ciascuno, fluide e gravi. I gorgheggi accompagnano il ritmo: l’insieme acustico riesce nella sua totalità; risulta tutto equilibrato e ben confezionato.

Si riportano inoltre frasi di artisti famosi: Leonardo: “Seguiamo la fantasia esatta“; Mozart: “Siamo allievi del mondo“; Monet: “Voglio un colore che tutti li contenga“; Rameau: “Trovo sacro il disordine che è in me“; De Andrè: “Vado alla ricerca di una goccia di splendore“; Pasolini: “E’ venuta ormai l’ora di trasformarsi in contestazione vivente“, perché arte e bellezza non dobbiamo affatto perderle ne dimenticarle.

Una rappresentazione il cui ruolo è quello di contestare, di paragonare la giustizia al male, attraverso domande inerenti. Quale futuro potremmo mai avere se perseguiamo l’autodistruzione, se non fermiamo la descrescita, se continuiamo a votare gente mediocre, se la nostra moralità non cambia direzione, se persistiamo a maltrattare l’ambiente in cui viviamo?

Un invito a rallentare i ritmi, a fermarci ad osservare le “lucciole“, le stelle del bosco, e ad assaporare il silenzio, per non distruggere ulteriormente e chiederci nuovamente: “Quando e perché il nostro Paese è stato“.

Annalisa Civitelli

Foto: dal web

 

Canzoni

di Fabrizio De Andrè presenti nello spettacolo sono:

Se ti tagliassero a pezzetti (De Andrè _ Bubola)

Una storia sbagliata (De Andrè – Bubola)

Ottocento (De Andrè – Pagani)

Don Raffaè (De Andrè – Pagani- Bubola)

Quello che non ho (De Andrè – Bubola)

Khorakhanè (A forza di essere vento) (De Andrè – Fossati)

Smisurata preghiera (De Andrè – Fossati)

Dolcenera (De Andrè – Fossati)

Volta la carta (De Andrè – Bubola)

Canzone per l’estate (De Andrè – De Gregori)

 

 

Teatro Brancaccio

dal 31 gennaio al 4 febbraio

Neri Marcorè

in

Quello che non ho

Canzoni di Fabrizio De André

drammaturgia e regia Giorgio Gallione

voci e chitarre – Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini

arrangiamenti musicali Paolo Silvestri

collaborazione alla drammaturgia Giulio Costa

scene e costumi Guido Fiorato

luci Aldo Mantovani

dedicato a Pier Paolo Pasolini

 

 

 

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