Intervista a Giovanni Franci

Giovanni Franci: “Porto in scena le mie paure”

Abbiamo incontrato il giovane autore e regista Giovanni Franci, reduce dal successo de “L’effetto che fa”, lo spettacolo andato in scena tra molteplici polemiche all’ “Off Off Theatre” di Roma.

Giovanni Franci (regista), Valerio di Benedetto (Manuel Foffo), Riccardo Pieretti (Luca Varani) e Fabio Vasco (Marco Prato)

Il testo racconta attraverso una cifra singolare ed evocativa il terribile omicidio di Luca Varani, il ventitreenne romano assassinato nel marzo del 2016 dai poco più grandi Manuel Foffo e Marco Prato, poi suicidatosi in carcere.

E’ chiaro come l’autore non abbia voluto cavalcare l’onda di una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica ma realizzare un’opera teatrale che racconta il male come una sfortuna che può toccare chiunque.

 

Giovanni, perché hai voluto raccontare questa vicenda?

Perché è una storia che mi ha particolarmente spaventato e ho sempre pensato che fosse un privilegio elaborare le mie paure scrivendone. Ho sentito quindi il bisogno di scriverne, poiché secondo me questo può essere lo spunto per parlare di tanto altro che va fuori della tragedia in sé.

Il tuo punto di vista come autore in merito all’episodio è chiaro, qual è invece il tuo punto di vista come cittadino?

Anch’io come fruitore della stampa e dei media vedevo come questa storia fosse sempre più ghettizzata in un ambiente di mostri, di assassini, di psicopatici ed in questo contesto è anche stata inserita una sorta di nevrosi omosessuale, mentre a mio avviso le radici che hanno portato a questo erano altre.

Come cittadino e come autore volevo parlare di questa tragedia in modo non morboso ma cercando di capire le ragioni anche perché i protagonisti sono miei coetanei e abitavano nella mia stessa città.

Come hai scelto i tuoi attori?

La scelta degli attori è stata divertente: avevo già lavorato con Fabio Vasco, che interpreta Marco, e volevo lavorare di nuovo con lui. 

Per il ruolo di Manuel, invece, secondo me era perfetto Valerio Di Benedetto; un giorno ero in riunione con Silvano Spada, il direttore delll’Off Off e, andando via, ho attraversato Ponte Sisto: lì ho incontrato proprio Valerio Di Benedetto che oltretutto non vedevo da secoli.

Quando invece nella mia testa ho espresso il desiderio di poter incontrare Riccardo Pieretti, che avevo visto tempo prima in un saggio, la sera stessa mi sono imbattuto in lui davanti al teatro Argentina. Ho pensato a Wittgenstein quando dice che il caso ha le sue regole.

Lo stesso Riccardo ha detto che più che in una compagnia ha avuto l’impressione di essere in una famiglia, e lo siamo diventati al di là dello spettacolo.

Quali corde sei andato a toccare per dirigere i tuoi attori?

È stato come andare in mezzo ad un mare in tempesta. Ci siamo posti delle domande e, cercando di rispondere a queste ultime, abbiamo trovato delle soluzioni di regia che alla fine io ho soltanto coordinato perché queste risposte venivano da tutti. 

Io personalmente sapevo quali punti andare a toccare ma per capire come arrivarci ho avuto molta fortuna perché ci sono arrivato proprio grazie agli attori; ci siamo anche documentati vedendo registrazioni di processi su vicende analoghe, che sono poi tipicamente italiane, come ad esempio il processo sul massacro del Circeo, dove alla base c’è sempre la famiglia.

Inoltre abbiamo passato interi pomeriggi ad osservare quadri e dipinti perché ad un certo punto mi sono reso conto che stavo rappresentando la passione di questo personaggio, di Luca, e quindi abbiamo visto come la passione è stata raffigurata nella storia dell’arte. Siamo andati insieme a vedere il Giudizio Universale di Signorelli ad Orvieto, poiché qualsiasi cosa era uno spunto per capire dove l’anarchia del male divora e adesso non ci si può più permettere di essere ingenui o insicuri, altrimenti si viene divorati immediatamente. Ecco, ho cercato di descrivere questa storia anche maniera pittorica.

Lo spettacolo si conclude con tre monologhi molto suggestivi: cosa ti ha fatto pensare che quelle potessero essere le parole di Luca, di Marco e di Manuel?

Le parole di Luca le avevo chiaramente in testa perché volevo andare proprio contro tutto ciò che era uscito sulla stampa, mentre, nonostante i personaggi di Marco e Manuel abbiano creato repulsione anche in me, ho provato a trovare un filo logico che in un gesto del genere in realtà non c’è. Ho provato ad inventare una specie di filosofia del loro male e del loro malessere, quindi, in realtà, sono io che parlo mettendomi nella loro testa, è la voce dell’autore.

La famiglia di Luca è venuta a vedere lo spettacolo?

È venuto suo padre con degli accompagnatori.

Lui vorrebbe che lo spettacolo continuasse ad essere messo in scena perché per la prima volta viene data una visione valida e veritiera – parole testuali del papà di Luca – dell’intera vicenda. Oltretutto è venuto accompagnato da un avvocato di famiglia e ho saputo che le azioni degli assassini sono state ancora più basse e violente ma non ho potuto parlarne. Ho comunque avuto la sua approvazione, è venuto la sera della terza replica e naturalmente era scettico. È poi tornato da solo un paio di sere dopo per vedere ancora l’entusiasmo degli spettatori.

Conoscevi Marco Prato?

L’ho conosciuto solo telematicamente perché mi mandava gli inviti alle sue feste, poi l’ho incontrato soltanto una volta all’isola Tiberina e ci siamo conosciuti di persona ma è finita lì.

Gabriele Amoroso

Foto: Marco Aquilanti

 

 

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