Intervista a Guido Targetti

Guido Targetti: “Ciò che mi interessa di un copione è il fattore umano”

Abbiamo incontrato il giovane attore toscano Guido Targetti, il quale negli ultimi mesi si è reso protagonista di molteplici spettacoli della scena romana ottenendo sempre un notevole successo.

Guido ci parla della sua visione tel teatro, molto appassionata e personale, e della sua vita da artista del palcoscenico, dimostrandosi un attore dalle idee chiarissime.

Seppur giovanissimo, Guido può vantare già importanti collaborazioni con Kuniaki Ida, suo maestro, e soprattutto con Giancarlo Sepe.

Con un interessante e ricco curriculum alle spalle, Guido Targetti è un giovane attore destinato a volare alto.

 

Guido, tu sei senza dubbio un attore di talento che formazione hai avuto?

Innanzitutto grazie. Allora, io ho seguito il metodo Lecoq al teatro Arsenale di Milano e devo ringraziare in primis Kuniaki Ida, un maestro che mi ha aperto una finestra diversa sul mondo.

Durante lo studio facevamo delle  sperimentazioni con la maschera neutra di Lecoq e attraversando il palco dovevamo non interpretare ma veramente “incarnare” qualsiasi cosa: l’olio, la carta, il gigante, che sembrano quasi cose da laboratori per bambini e invece in questo modo il teatro per me non è più stato un fatto letterario ma un fatto veramente fisico, corporeo, esistente, un fatto vero. Il teatro è così diventato uno strumento di conoscenza e addirittura quando chiedevo al maestro Kuniaki “Maestro, come si fa?” lui rispondeva “Non lo so, il teatro è scoperta: scoprite, inventate, create”. 

Inoltre per me è stato fondamentale l’incontro con Giancarlo Sepe, con cui ho lavorato per cinque anni,  e questo è stato un elemento lavorativamente parlando molto importante ma anche da un punto di vista della formazione. Ovviamente ho fatto anche tantissimi laboratori, uno fra tutti quello con Carlo Boso dedicato alla commedia dell’arte.

Cosa significa interpretare un personaggio realmente esistito, nel tuo caso Van Gogh?

Mi sono subito detto che ognuno di noi, anche un bambino, nella propria testa ha un’idea di Van Gogh perché è un personaggio pop. È però senza dubbio difficile confrontarsi con un’icona e proprio perché credo che esistano molteplici immagini dell’artista ho deciso di attingere all’immagine che io ho di lui.

In realtà è un personaggio che ho sempre amato ed è il mio pittore preferito: Van Gogh è un pittore autodidatta e ho visto questa sua esigenza di cuore, la necessità di affettività corrisposta che è fondamentalmente un elemento di grande sofferenza ma che allo stesso tempo gli ha dato la possibilità di sfogare tutto il sentimento nell’arte.

Devo dire che ho provato a prendere da Van Gogh ciò che ci accomuna, ad esempio l’aspetto della solitudine e il bisogno di sentirsi utile. Per me è stata una persona che amava l’umanità.

In quale modo tu crei i tuoi personaggi?

Io non ho un metodo: mi piace l’idea di avvicinarmi ad un testo come se si trattasse di conoscere una persona diversa. Sicuramente quello che mi interessa di un copione è il fattore umano, ad esempio chi farà il personaggio con cui mi dovrò relazionare. Durante le prove si crea un incontro in cui è importante capire i rapporti e non mi chiedo cosa voglio dal mio personaggio, sono già le parole o il silenzio a dirmi cosa voglio.

Naturalmente poi mi documento, lavoro anche d’immaginazione, cerco le suggestioni ma non troppo perché quando scrivi qualcosa e la esprimi allora è morta come affermava Brecht: “Se una cosa la dici non c’è più”, allora è meglio non dire ed io faccio così, basta lasciarla andare, lasciarla uscire.

Che tipo di regista ti mette più a tuo agio?

A me piace la suggestione, il regista che non dice ma suggerisce. La suggestione permette all’attore di mettere del suo. II regista che piace a me deve conoscere il mondo attoriale altrimenti sarà un allestitore, quello che dice “a destra, a sinistra” e via dicendo. La suggestione, l’allusione, è qualcosa che ti lascia un varco aperto attraverso il quale passa la tua immaginazione.

Apprezzo anche registi in grado di costruire quella che potremmo chiamare coreografia, una partitura ferrea: gli attori non dovrebbero però essere robot, perciò anche se dentro di noi c’è quello schema fisso, lo dobbiamo tirare fuori come spirito personale.

Cosa cerchi di prendere dagli altri attori con cui lavori sul palco e da quelli che vedi in scena?

Tutto ciò che mi colpisce indiscriminatamente: qualsiasi persona può regalarti qualcosa che ti colpisce. E non solo sul palco, intendo proprio nella vita. Le migliori suggestioni le ho sempre prese dalla vita in cui accadono cose che non sono programmabili, che sono spontanee.

Pensi che attualmente, per voi giovani interpreti, l’attore teatrale possa diventare un vero e proprio lavoro?

È dura, molto dura. Sicuramente bisogna essere molto, molto motivati e dirò una cosa banale e scontata ma bisogna avere un vero motivo interno, non razionale, una spinta. Onestamente spero proprio che possa diventare il nostro mestiere.

In quali lavori sarai impegnato prossimamente?

A breve mi aspetta una tournée con Giancarlo Sepe, portiamo di nuovo in scena “Amletó” e “Washington Square”; saremo a Firenze, Torino ed Udine.

Gabriele Amoroso

 

 

 

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