Intervista a Pierpaolo De Mejo

Pierpaolo De Mejo: “Il teatro è una forma di arte che sopravvivrà sempre”

Abbiamo incontrato Pierpaolo De Mejo, giovane attore e autore presente nell’interessante cartellone del teatro “Lo Spazio” di Roma con “Chiamatemi Woody”, uno spettacolo che omaggia la vena più divertente di Woody Allen attraverso monologhi irriverenti e tanta bella musica.

Versatile e simpatico, l’interprete romano dimostra un’ampia conoscenza del teatro in quanto mezzo di comunicazione e strumento per intrattenere con umorismo pieno di intelligenza.

De Mejo spiega con consapevolezza cosa significano per lui il teatro ed il cinema rimanendo ben fedele ai propri gusti e alle proprie ambizioni ed offrendo anche una prospettiva non esattamente ottimistica sulla condizione della scena teatrale romana.

 

Come mai hai deciso di fare un omaggio proprio a Woody Allen?

Woody Allen è un mio mito, come per tanti, ma in particolare perché tempo fa mi è stato regalato un libro, che consiglio vivamente a tutti, che si intitola “Conversazioni su di me e tutto il resto”: è un libro che un giornalista americano ha scritto raccogliendo tutte le interviste che Woody Allen ha fatto negli anni e ne è uscito un volume molto lungo che ho letto in una settimana tutto d’un fiato, è un manuale sul cinema veramente bellissimo, spiega come lui scrive le sue sceneggiature, quali sono le sue metodiche. Allora mi sono detto: “facciamo uno spettacolo su Woody Allen” ma considerando che la gente che va a teatro preferisce sempre ridere ho privilegiato portare in scena i brani e le battute più divertenti. 

Quali sono le differenze tra il Woody Allen teatrale e quello cinematografico?

Innanzitutto abbiamo voluto omaggiare entrambi… questa è una domanda difficile! Diciamo che nei monologhi lui spazia sempre in modo surreale, cosa che si ritrova anche nei suoi primi film. Mah, sinceramente io non vedo una grande differenza tra le due cose: quando lui è emerso ha portarlo veramente se stesso nel cinema, secondo me il passaggio dal teatro al cinema è avvenuto in maniera naturale, anzi, Allen ha affermato spesso chi ha iniziato a scrivere battute per il teatro per arrivare a scrivere film drammatici. Voglio aggiungere a proposito che sia nei suoi primissimi film che negli scritti teatrali si è distinto proprio per descrivere la società newyorkese in maniera ironica e irriverente.

Quale lavoro hai fatto su te stesso per questo spettacolo?

Ho cercato il più possibile di non imitare, innanzitutto per ovvie differenze fisiche ma anche perché credo che la mera imitazione sia sempre perdente nei confronti di un mostro sacro come per esempio Allen. Ho quindi provato a dare un senso ai suoi scritti – anche perché questo spettacolo è fatto di pezzi, di brani – attraverso tante prove e con l’aiuto della musica che è molto presente nello spettacolo. Ho provato a tirare fuori gli aspetti più goffi di me, quelli più comici, più buffi.

Nello spettacolo c’è moltissima musica in effetti: come la hai scelta?

La musica è un elemento fondamentale dei film di Allen, già dai primi. Oltretutto lui è un grandissimo appassionato di musica jazz quindi è chiaro che la musica sarebbe stato un elemento irrinunciabile anche in scena. Dunque l’ho usata per raccontare la New York che lui stesso descrive, attraverso pezzi celebri come ad esempio “Mrs.Robinson” di Simon e Garfunkel o i brani dei Velvet Underground e chiaramente il jazz; accompagnare le sue parole con la musica è stata per me una carta giusta da giocare e ci ha anche aiutato nella costruzione dell’intero spettacolo.

“Chiamatemi Woody” è fondamentalmente un monologo: quali sono i pro e contro di avere la scena tutta per sé?

Stare da soli è molto difficile perché tenere l’attenzione del pubblico con un monologo è sempre molto complicato. Questo spettacolo in realtà nasce proprio come monologo e facemmo una prima versione in forma di lettura anni fa. Ora l’ho riattualizzato inserendo dei dialoghi qua e là anche per porre l’attenzione sull’idea che Allen ha della donna. È stato difficile narrare delle “macchie” di Woody Allen, sarebbe stato ancora più complicato raccontarle attraverso una voce unica.

In generale il monologo è senza dubbio complesso: avere la scena un’ora, un’ora e mezza tutta per se stessi è bellissimo ma richiede davvero una concentrazione assoluta, inoltre quando l’attore è da solo in scena quasi sempre si rivolge al pubblico e questa è una cosa che personalmente tendo a non utilizzare perché è come se si svelasse la finzione che il teatro invece deve conservare. Adoro gli stand up comedian ma quel tipo di monologo diretto al pubblico è una forma che io non utilizzo.

Woody Allen ha acquisito fama principalmente con il cinema, tu in quali rapporti sei con il grande schermo?

Ho un grandissimo amore per il cinema e inizialmente ho studiato proprio regia e sceneggiatura cinematografica ed è tuttora quello che vorrei fare: ho lavorato un po’ nel cinema, ho fatto un film indipendente e scrivo per il cinema, lo sento anche più vicino rispetto al teatro. Credo però che il teatro stesso abbia forza maggiore, sono convinto che questa forma di arte sopravvivrà sempre; alla fine basta un attore ed una candela e si manifesta un rito, c’è qualcosa, c’è il teatro. Il cinema è una macchina più complessa e più fragile, lo sento tuttavia più mio.

A quali progetti ti stai dedicando adesso?

Innanzitutto cercheremo di portare in giro lo spettacolo su Woody anche perché uno dei grandi problemi del teatro, soprattutto a Roma, è quello che gli spettacoli una volta andati in scena muoiono là. Nel frattempo comunque ho ottenuto un contributo dall’IMAIE e sono stato selezionato per realizzare un cortometraggio il cui soggetto saranno gli scacchi.

Gabriele Amoroso

 

 

 

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