Intervista a Roberto Ormanni

Perdersi, sbagliare, trovarsi e dopo mantenersi. L’amore, per una persona come per la musica, è una promessa da tenere per mano

Abbiamo partecipato con grande piacere alla presentazione dell’EP Quello che non siamo, il primo lavoro di Roberto Ormanni & Il Quartet, tenutasi a Roma il 29 aprile nei locali di Lettere Caffè.

Il pomeriggio insolito ci ha fatto scoprire i talenti partenopei, i quali, senza presunzione, si sono esibiti donandoci la loro arte che coltivano con qualità, mettendo a confronto il loro sapere in campo musicale e contaminandosi a vicenda.

Vari i generi musicali dai quali proviene ciascun componente del gruppo, dal jazz al rock, dal classico al folk. La nostra presenza è stata una derivazione di una conoscenza preziosa, in quanto le nuove proposte – soprattutto ben preparate e assertive nella società – meritano di avere voce.

Durante lo scorrere del suono e della voce di Ormanni molte le riflessioni scaturite sia da piccoli inconvenienti sia dalla forte intuizione dell’uso accurato e appropriato di parole, le quali  evidenziamo – con particolare attenzione – dai testi del giovane cantautore.

Una mente intelligente e aperta è capace di osservare e di attingere da tutto ciò che la circonda. La società è un grande stimolo per ciò che Roberto Ormanni canta e vuole esprimere al mondo, per lasciare una traccia indelebile della sua personalità.

Partiamo da qui

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La società, motivo di crescita?

Sicuramente primo impulso all’azione. Ho sempre cercato di raccogliere l’ispirazione dalla realtà del mondo. Fare musica, scrivere canzoni, per me tutto ha sempre avuto la funzione di raccontare.

Canto delle storie. E la società è il palcoscenico in cui queste storie si muovono e in cui queste storie crescono. In questo senso, non ho paura a definire le mie canzonisociali‘.

Quanto, secondo la tua opinione, si può migliorare oggi e in che modo?

Io sono convinto che non servano gesti sovraumani per cambiare o migliorare. La rivoluzione è difficile a farsi, e a volte la difficoltà diventa un alibi per non fare. E allora credo basterebbe riappropriarsi del concetto di bellezza, saper riconoscere e difendere la poesia nascosta nelle piccole cose.

La parola essenziale è molto presente nei tuoi brani, per lo più come concetto. Che sensazione evoca in te questo vocabolo?

Una sensazione felice. L’essenziale, per me, rappresenta tutto quello che basta per raggiungere il cuore delle cose. Viviamo in un mondo sovraccaricato, che ci riempie di cose e concetti di cui si potrebbe fare a meno. E’ per questo che resto un profondo sostenitore dei bagagli leggeri. Sono convinto che l’essenziale lo troviamo solo quando riusciamo a semplificare il nostro sguardo. Forse è vero, come diceva un vecchio libro, chel’essenziale è invisibile agli occhi’. Forse è vero che si vede bene solo col cuore.

Se cercate dentro voi stessi, si ha tutti una corda rotta”. Una corda rotta della tua chitarra, ha fatto si che tu potessi esprimere tale pensiero. Che senso ha, per te, aggiustare e/o riaggiustare?

Che magnifica domanda. Una delle mie parole preferite è ‘riparazione’. Considero valore il gesto di riparare, di aggiustare. E’ un uso che mi sembra si sia perso in questo tempo. Ancora una volta, ci hanno insegnato che è più comodo disfarsi di ciò che si è rotto e comprare qualcosa di nuovo. E’ la logica con cui va avanti il mondo contemporaneo.

Eppure, per me, riparare ha il significato nascosto di salvare. Riparando salviamo qualcosa dall’oblio. E’ come se tenessimo stretta la presa su qualcosa che era destinato a perdersi per sempre. E allora poco importa se ad essere riparato è una sedia o un ricordo.

Sei una persona che ricerca molto. Sembra una necessità dalla quale non puoi scindere; un’esigenza di ricevere risposte personali, quasi. Quale è la via migliore per porre domande – quelle giuste – e ottenere risposte?

La ricerca per me ha il sapore di un viaggio senza mappa. Col tempo ho imparato che forse il modo migliore per affrontare una domanda è sapere che non sempre c’è una risposta, o almeno non sempre c’è quella risposta univoca che ci aspettavamo. Troppo spesso poniamo le domande unicamente con lo scopo di confermare delle nostre convinzioni precostituite.

Domandare, invece, vuol dire perdersi. E’ come imboccare una strada senza sapere dove andare. Ricercare vuol dire essere liberi. Non è un caso se i migliori giornalisti (e quindi le migliori domande) sono sempre stati spiriti senza vincoli.

Sperdutamente, perché?

Forse è una constatazione. Cerco sempre di vivere ogni cosa con la massima intensità. Eppure, alle volte, la passione smisurata, il ‘perdutamente’, porta a perdere l’orientamento, a smarrire la bussola e a ‘sperdersi’ per la strada. Succede. Di solito, poi, è il tempo a dire se è stato un bene o un male.

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Pensare bene prima di parlare o quantomeno prima di raccontare noi stessi. Ci si svaluta raccontando i ricordi o i momenti belli?

Non necessariamente. Credo soltanto che sia la cosa più rischiosa di questo mondo. Raccontare i propri ricordi è un atto nobile, forse il più alto, ed è per questo che di solito è un gesto che riserviamo a poche persone.

Ma credo che esista una magia nascosta nell’arte, una funzione non dichiarata: custodire e proteggere i nostri ricordi. Una canzone, un film, un libro, una fotografia, a volte raccontano quello che siamo meglio di noi. E’ lì il senso di tutto.

Errare per andare. Bisogna perdersi un po’ per incontrare l’amore?

Perdersi, sbagliare, trovarsi e dopo mantenersi. L’amore, per una persona come per la musica, è una promessa da tenere per mano.

I tuoi messaggi arrivano forti, se si ha la capacità di leggere tra le righe. Quanto non arrendersi significa avere la forza e continuare a sperare anche nelle difficoltà?

Resistere ha la stessa radice latina di ‘esistere’, vuol dire esserci. Per me si tratta di resistenza, sempre. Credo che le speranze più profonde germoglino nel buio. Molto banalmente, nel mare si può affogare o si può imparare a nuotare. Ogni crisi – economica, spirituale, artistica – può essere vista come un ostacolo o come un invito a scegliere. Diciamo che forse tutto sta nel trasformare il veleno in qualcosa di fertile.

Confrontarsi con la vita. Avere occhi per osservare quello che accade. Essere una spugna per assorbire. Quanto e come ti contamini per rielaborare ciò che scrivi?

Cerco di toccare il mondo e la vita in tutte le sue forme. Mi piace sporcarmi, immergermi dentro le cose. Mi piace restare in ascolto. Contaminarsi vuol dire essere pronti a raccogliere ovunque e in ogni momento. La bellezza, la poesia, le storie, spesso si trovano nei posti più inaspettati: nel verso di un vecchio libro come nello sguardo rubato ad un passante. C’è un’armonia nascosta che aspetta solo di essere riaccordata. Quando compongo, quando scrivo, è come se cercassi di rendere un po’ più tangibile la vita che mi circonda.

Grazie a Roberto per il tempo che ci ha dedicato

Annalisa Civitelli

Foto: Luigi Petrazzuolo

 

 

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