Citizen X – Storie di ordinaria precarietà

Il visivo è creatività

Manipolazioni, manipolatori, poesia, metafisica, futurismo, solitudine, mancanze, video proiezioni, tempo e nevrosi, sono concetti che scaturiscono impetuosamente. Sul fare, ma senza fare nulla e ottenere nulla. Schiavi della società, perdendo la cognizione dell’essere noi stessi

Citizen X- Storie di ordinaria precarietà è un contenitore che, nel suo insieme, esamina la società attuale. Mediante 5 quadri differenti, sottopone la sua attenzione alla donna e agli innumerevoli ruoli che svolge giornalmente.

6849_1664563590472491_1442308932678846641_nLo spettacolo, che ha già partecipato all’edizione del Roma Fringe Festival 2015 in rappresentanza della stagione 2015 del Teatro Tordinona: sezione scena romana, è stato selezionato in occasione della seconda edizione del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre il Teatro (2016), organizzato da Chipiùneart e curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei.

In scena al Teatro Planet di Roma il 17 e il 18 marzo, è ricco di simboli e sinergie, quali, irrazionalmente fanno capitolare l’essere umano all’interno di frenesie frustranti e incontrollate. Il cittadino qualunque, quello senza nome, si confonde nella moltitudine razziale di oggi giorno, riuscendo a scuotere le menti grazie alle sue pillole di pensiero.

Ne possiamo estrarre infiniti punti di vista, ma principalmente ciò che risalta è l’alienante e costante presenza della TV. La staticità regna sovrana; imbambolati davanti ad essa si è rapiti da immagini e programmi sterili, non si avanza di un passo. Non si proferisce verbo; si frequentano lezioni di inglese facendo esercizi ginnici al medesimo tempo: mentre esso scorre, l’orologio impertinente ce lo comunica a gran voce.

Un buon esempio di ricerca e di sperimentazione, a cui la regista Manuela Rossetti fa riferimento (video proiezioni; fumetti; primi piani ). Attingendo in modo magistrale alle molte contaminazioni artistiche, la Rossetti tira i fili di Antonella Civale, che, a sua volta, si lascia condurre inequivocabilmente.

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Trarre ispirazione dall’arte figurativa e dal cinema, soprattutto quello espressionista, vuol dire far incontrare due arti. Manuela Rossetti ne è attratta dal punto di vista scenico e luministico, e cerca di convogliare nel teatro le costanti del cinema: i primi piani e i dettagli. Ecco così che si crea il gioco di commistione tra i due linguaggi.

«Nel teatro il primo piano è difficile da ricreare, un bravo attore riesce a costruirselo intorno con la propria presenza scenica, ma scenograficamente non c’è. Io cerco di ricreare i primi piani del cinema e anche il montaggio delle scene del cinema. Cerco il tipo di montaggio tipico del linguaggio cinematografico, quello dei maestri, come insegnato da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn».

Il testo articolato e interessante, è a tratti poetico. Un’unica poesia adotta il Voi circostanziale per accusare il mondo esterno, piccola variazione attuata al contenuto. Nato in sala prove anche grazie al lavoro sull’improvvisazione, che molto può influire il teatro classico, è stato poi tradotto in scrittura, come hanno spiegato la protagonista e la regista, durante il dibattito a chiusa della performance, condotto da Adriano Sgobba (Recensito e Paper Street).

La ricerca del lavoro, l’ansia del famoso colloquio e il perenne senso di adattamento sono dinamiche evidenti, rientrano nell’impossibile incastro di ruoli che non ci appartengono, e il percorso di studi, ora limitante, non ci permette di raggiungere il ruolo desiderato.

La donna e le sue forme. I suoi tanti volti. Lavoratrice, amante, moglie, mamma, maestra d’asilo, donna delle pulizie, anziana: sempre sottoposta e configurata a stereotipi antichi e poco coinvolgenti.

Il sociale, l’attesa, i ruoli, i lavori, e la solitudine, sono specchio di mode seguite o meno, o dalle quali siamo bombardati a causa delle pubblicità. La pressione ci schiaccia. Si attinge altrove per guadagnare lo spazio di meditazione lontano dalla realtà che viviamo.

Sarcasmo e drammaticità – chiavi di lettura – sono calibrati dalla vocalità di Antonella Civale, la quale, con destrezza l’articola con estrema genialità e professionalità, per accentuare toni e caratteri dei personaggi. Interessanti le video proiezioni dalle quali lei esce mediante l’uso del corpo.

Interprete di momenti rilevanti della nostra vita, è madre. Sola, prega con il rosaio in mano. Parla su skype con il figlio sottolineando distanze emotive. Nulla si tocca come gli abbracci mancanti. Ma le preoccupazioni si volatilizzano entrando in altri abiti.

10345545_1664563667139150_7639563763006366504_nLa preparazione per un colloquio è spiegata grazie a un video, con sana goliardia. Con quale look presentarsi, dunque? Dipende se di fronte abbiamo una donna o un uomo. Trasformandosi, così, con un trucco assai ardito, e mediante l’uso di un riflettore puntato sul volto dell’attrice, la contaminazione fumettistica si palesa. Il visivo è creatività.

Danijel Žeželj, infatti, è uno dei fumettisti preferiti da Manuela Rossetti. In una recente intervista spiega, infatti, come l’illustratore «…utilizza ombra e luce per definire le forme, sporcandole di tratti ruvidi. Abbiamo cercato di riprodurre questo particolare utilizzo di luce e ombra con Simone Palma il Digital performer».

Manipolazioni, manipolatori, poesia, metafisica, futurismo, sono concetti che scaturiscono impetuosamente, perché essere schiavi ci fa perdere la cognizione dell’essere noi stessi. Sull’avresti dovuto, suggerimento altrui, la vita si forma secondo schemi non personali. Ma si è sempre aperti a concedersi l’emozione di ciò che si desidera.

Annalisa Civitelli

Foto: DOIT Festival 2016

 

Citizen X – Storie di ordinaria precarietà

di Manuela Rossetti

con Antonella Civale

digital performer Simone Palma

musiche originali di Mauro D’Alessandro

con la collaborazione di Daniele Fabbri, Masaria Colucci, Alessio Pala, Ilaria Cenci e Ketty Roselli

 

 

 

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