From Pinocchio

La storia del burattino in una moderna rivisitazione di teatro-danza

La trasformazione da burattini a persone vere non è mai indolore, ma passa attraverso bugie ed errori sui quali costruiamo ogni giorno la nostra vita. Ognuno di noi è un moderno Pinocchio, protagonista borderline di una dimensione esistenziale che oscilla tra istinto e ragione.

Chi l’ha detto che le favole sono solo per bambini? Strumento letterario privilegiato per la trasmissione di contenuti etici e educativi, esse ci accompagnano sin da piccoli nel nostro continuo percorso di crescita. Accade, tuttavia, di rileggerle dopo anni e di reinterpretarle alla luce di nuove esperienze individuali, scoprendo così altre chiavi di lettura, inevitabilmente specchio del tempo in cui viviamo.

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L’esperienza di teatro-danza portata in scena da Emiliano Russo nell’opera From Pinocchio è un sapiente alternarsi di parte coreutica e drammaturgica, e manifesta l’intenzione di voler offrire allo spettatore un prodotto nuovo e fortemente sperimentale. Un lavoro nato nel 2013 da un laboratorio di drammaturgia condotto dallo stesso Russo ed elaborato a più mani con gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, che gli vale meritatamente il Premio per la Miglior Regia nell’ambito del DOIT Festival 2016.

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Sul palco fa da preludio all’azione scenica vera e propria l’ingresso di una donna in un lungo abito rosso ( la coreografa Monica Scalese ). Presenza demiurgica, richiamo archetipico alla femminilità quale portatrice di vita, forse anche Fata Turchina; i suoi movimenti sono controllati, rigidi e ben scanditi sulla musica che l’accompagna. A seguire entrano i sei performers. Ognuno di loro è Pinocchio. Dal loro sguardo fisso, dai loro occhi sbarrati, da ogni movimento emerge lo stupore della vita che nasce, l’incapacità di riuscire a stare in piedi, la continua ricerca dell’equilibrio. Poi, sul proscenio, ciascuno si mette a nudo e racconta sé stesso.

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La loro storia è la nostra storia: gli aneddoti alla nascita, le prime parole, i primi passi, la tenerezza che solo i bambini piccoli sanno suscitare. Poi i primi dispetti, i primi no, la personalità che si struttura attraverso il confronto – scontro tra il sé e l’altro. Il bambino rifiuta l’autorità, fa i capricci, non ubbidisce, non sta attento a scuola, manifesta comportamenti strani. Andrebbe contenuto, educato, perché no, rieducato. Il peso dei giudizi altrui su di noi è una forza che ci schiaccia verso il basso e ci annulla.

E poi non dimentichiamo la coscienza! Dapprima un piccolo innocente solletico, poi un leggero fastidio, e in men che non si dica siamo bombardati da un attacco di grilli parlanti in piena regola! È un prurito insopportabile, ingestibile, qualcosa che non ci dà pace, l’eterna lotta tra l’istinto e la ragione, il desiderio di diventare grandi alle nostre condizioni e l’impossibilità di farlo perché qualcuno ha deciso per noi qual è il miglior comportamento da adottare.

Attento, Pinocchio. Ricordati che la Fata Turchina ti ha detto che non si dicono le bugie, o salirai sul grande carrozzone che ti porterà nel Paese dei Balocchi. E non sarà festa come speravi tu. Diventerai un ciuchino come tutti gli altri, non avrai via di scampo, e sarà solo colpa tua.

Grazie ad una sapiente combinazione di suoni, luci e movimento scenico, Emiliano Russo ed i sei performers ( dodici in origine ) danno vita ad uno spettacolo dinamico, coinvolgente, a tratti angosciante per la sua crudezza.

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Un plauso particolare va infine alla sartoria, che è riuscita a spaziare con maestria da costumi essenziali color carne ad abiti sempre più strutturati, sino a quelli in raso e alle maschere da asino, assolutamente perfette, inquietanti, quasi vive.

La riflessione che ne scaturisce è la seguente: quanto ci fa comodo mentire? Siamo davvero capaci di dire sempre e comunque la verità a costo di essere diversi da quello che facciamo credere?

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Sono gli stessi attori a domandarlo al pubblico, e inaspettatamente ci sentiamo nudi anche noi, incapaci di dire la verità fino in fondo, sperando che nel porre le domande non ci chiedano di rispondere per non sentirci in difficoltà. Ma allora, la favola esiste? Il lieto fine dov’è?

 

 

 

 

Elena D’Elia

Foto: Sergio Battista 

 

 

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