Antigone fotti la legge

L’ambizione porta a sfidare la legge

Forte e carismatico, possiamo affermare che lo spettacolo ha una valenza che unisce la tragedia ai giorni nostri. Spogliati, gli attori, da ogni orpello, fanno fede all’ascolto. Assertivo, il pubblico ascolta, la parola diventa protagonista di ogni singola azione e il classico viene riadattato

La storia di Antigone nasce da lontano. Tragedia di Sofocle, parla dei drammi tebani ispirati a Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 a.C., racconta di Antigone, che desidera dare degna sepoltura a suo fratello Polinice, contro la volontà di Creonte, nuovo re di Tebe.

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La protagonista viene però scoperta e condannata a vivere in una grotta. Creonte decide di liberarla in seguito alle suppliche del Coro e alle profezie dell’indovino Tiresia, ma Antigone viene trovata impiccata, anticipando così una serie di eventi: il suicidio di Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte, e quello di Euridice, moglie di Creonte.

Sul palco quattro sgabelli, quattro attori, e un oratore che conferisce con loro e con il pubblico. Giovan Bartolo Botta (re di Tebe – oratore), il quale ha adattato e diretto lo spettacolo, si affianca nella recitazione a Krzysztof Bulzacki Bogucki (Emone), Isabella Carle (Antigone) e Mariagrazia Torbidoni (Euridice).

Lo stesso oratore, senza colpo ferire, con le sue parole ci mette immediatamente di fronte la crisi moderna. Ama il contatto con il pubblico: si avvicina, lo accarezza, cammina tra le sedie e a volte si siede. Ci parla lui, con fare travolgente l’ascolto diventa catarsi.

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La tragedia viene via via confrontandosi con la nostra situazione sociale. Il linguaggio così come la recitazione non sono spogliati degli elementi caratterizzanti il classico teatro, anzi lo richiamano. Gli attori, infatti – vestiti in jeans e t-shirt – mantengono intatte alcune rigidità: movenze ed espressioni tipiche delle antiche forme attoriali.

Spogliati di ogni orpello, puntano all’oralità. Le diverse tonalità sono mantenute fisse e precise. Imperanti per ogni situazione descritta, mantengono forza, carattere e sofferenza, insita nella tragedia stessa.

Interessanti e contrastanti sono l’immobilismo e i movimenti in scena, che formano dei giochi prospettici, i quali affiorano allo sguardo: la staticità sul palco – rimanendo seduti – e il muoversi, quasi come pedine sulla scacchiera, tra il palco e la quarta parete.

L’oratore, Giovan Bartolo Botta, con le sue gestualità, a parte incantare, gestisce bene il gioco dell’incastro tra l’essere fermi e il muoversi. Le espressioni facciali ci catturano. Sono frutto del lavoro del mimo: interpretare i sentimenti che ogni volta l’attore si trova a dover esprimere in scena.

Antigone non viene ascoltata. La sua dignità viene meno. La sua ambizione la porta a sfidare la legge, e come se l’insieme fosse un giudizio, combatte la sua battaglia fino all’ultimo. Ma privata del suo valore più importante, quello di seppellire Polinice, si priva della sua stessa vita.

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Antigone fotti la legge. Spettacolo teatrale in salsa punk, ma che di punk non ha nulla, è una produzione Nostrane-Ultras Teatro. Il progetto mette in scena i classici riadattandoli al linguaggio contemporaneo, tanto che i testi, rimaneggiati, possano risultare originali. Arrivando all’essenziale, togliendo i costumi storici, musica e luci, si pone l’attenzione al lavoro dell’attore.

Questi elementi ci sono tutti: denotano un lavoro che cattura ed è ben sviluppato. Sebbene qualche differenza di recitazione tra gli attori la troviamo, l’insieme funziona. Ci aiuta a spogliarci del superfluo e a riflettere sul ruolo della donna ancora e tuttora.

Annalisa Civitelli

Foto: Civitas Creativa AC

 

 

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