Avrei voluto essere Pantani

La lotta ai mali dello sport

Rapsodie Production presenta al Fringe Festival “Avrei voluto essere Pantani”, viaggio con e attraverso la figura del ciclista detto “il pirata”

Davide Tassi e Alessandro Donati firmano uno spettacolo per la regia di Francesca Rizzi toccante e interessante dedicato a Marco Pantani, il campione di ciclismo morto prematuramente per intossicazione da cocaina nel 2004.

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La voce narrante è di un cosiddetto gregario, termine che nel linguaggio sportivo identifica un ciclista professionista che supporta, nel corso delle competizioni, il corridore principale per il piazzamento migliore sacrificando il proprio. Il titolo dello spettacolo prende parzialmente senso, ma non si ferma a questo.

Il gregario, impersonato da Davide Tassi, narra la vita del campione Pantani nell’ascesa alla carriera: ne mostra capacità, forza d’animo e perché no, “arroganza e supponenza”, come egli stesso sottolinea. Si ripercorrono alcune tappe fondamentali e si pone l’accento sul suo essere un outsider: il coma e le plurifratture a sedici anni e le vittorie dopo solo quattro anni al Giro d’Italia dilettanti; le cadute in gara e le fantastiche riprese; la frattura della gamba nel 1995 e la conquista di Giro d’Italia e Tour de France nel 1998.

Tassi snocciola dati e nomi con dovizia di particolari: l’attenzione si focalizza sulla grande forza d’animo dell’uomo fino allo scandalo doping che ne decretò la fine.

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Cosa ha portato Pantani al suicidio? Le pressioni delle associazioni di categoria per avere migliori prestazioni? Forse quelle della mafia per dar nuova vita al mercato delle scommesse? La volontà di essere il migliore spingendosi oltre se stessi? L’uomo era divenuto leggenda e, quindi prodotto di mercato e di consumo, destinato a dare il meglio di sé col rischio di cadere nel baratro.

Nel momento in cui si pongono tali interrogativi, lo spettacolo cambia registro e vira dal monologo al teatro documento, scevro di ogni significato politico. La narrazione di Tassi diviene intervista con Sandro Donati, ex allenatore di atletica leggera e figura di spicco nella lotta contro il doping.

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Nell’intervista troviamo la parte più interessante dell’opera: sentita, aperta, reale. La morte di Pantani non è dovuta alla depressione, ma all’ipocrisia generale. Nell’omertà l’atleta si dopa, senza sapere se questa “è la regola o l’inganno”.

Il messaggio di estrema forza che ne esce è chiaro: si possono smascherare i potenti. Si può essere fieri di se stessi. Non si deve morire per le pressioni di chi ricerca un profitto economico.

Interessante.

Maurizio De Benedictis

Foto: Sergio Battista

 

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