I tormenti del Signor K

L’indolenza dell’uomo contro il male sociale

Peter Weiss nell’interpretazione di Gonciaruk al Fringe Festival di Roma in un’opera colorata e vivace, capace di puntare il dito contro l’incapacità dell’uomo medio di alzare la voce contro le imposizioni sociali

I tormenti del Signor K, di e con Daniele Gonciaruk, è una favola comica carica di grottesco umorismo. Tratto dall’opera Come il Signor Mockinpott fu curato dalle sue sofferenze di Peter Weiss, racconta di un cittadino modello alle prese con una serie di avversità e vessazioni che la società gli impone senza che egli smetta di essere passivo e obbediente nei confronti dell’ordine sociale nel quale crede.

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Il dramma si apre con il risveglio di Mockinpott in prigione, senza ch’egli ne conosca il motivo: convinto, però, della propria innocenza per l’ignoto misfatto per il quale sconta la pena, paga un avvocato per farsi liberare. L’avvocato, al quale interessa poco delle ragioni dell’uomo tanto da dimenticarne il nome e ribattezzarlo semplicemente K., riesce a spillargli più soldi del dovuto. K. cerca consolazione a casa dall’amata moglie, la quale però lo allontana addossandogli colpe inesistenti per celare i suoi adulteri.

Anche il suo datore di lavoro lo ignora, scambiandolo per un barbone. Trovatosi senza casa, nome e lavoro, rifugge nei consigli in un improvvisato amico, Wurst, che lo porta da un medico. Qui viene operato per sanare i problemi dell’uomo, ma così non sarà ovviamente. Dopo uno scontro con l’ordine locale – rappresentato da un bieco boss locale – il signor K arriva da Dio al quale, finalmente, mostra il proprio sdegno.

img_0837K, il cui nome rimanda ai personaggi kafkiani de Il processo, è il simbolo della cieca obbedienza ai valori sociali: forte del fatto di essere un buon cittadino è certo di riconoscersi in un certo mondo. Quando questo non accade, gli strumenti che utilizza per uscire fuori dalle situazioni nelle quali viene a trovarsi non bastano. Sarà solo con la rivolta verso Dio che cambierà il suo modo di vedere ciò che lo circonda.

Se nell’opera di Weiss il dito è puntato contro l’assurdità della società capitalistica moderna che non rispecchia l’essere umano, nella versione di Gonciaruk essa viene concepita come realtà ormai assodata e si accusa invece fortemente l’uomo contemporaneo, ignavo e menefreghista che non si ribella più a niente.

Nello stile dell’opera originale viene mantenuto il verso rimato e gli intermezzi canori, eseguiti dagli allievi della scuola sociale di teatro di Messina, così come lo stile slapstick nella successioni dei personaggi, cosa che dona ritmo alla commedia.

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Gonciaruk mostra il meglio di sé interpretando ben otto personaggi diversi, ognuno con una caratterizzazione ben specifica. Dietro questa poliedricità non si cela solo una prova attoriale, ma un vero intento drammaturgico: tutti i personaggi incontrati da K. sono in realtà la stessa persona. Il male ha sempre lo stesso volto, qualunque sia la sua forma.

Lo spettacolo, il cui testo è di indubbio valore, è ricco di musica e intermezzi canori. Si segnala la bravura del protagonista, un giovane Francesco Natoli che ci auguriamo di rivedere presto, spalleggiato da Gerri Cucinotta nei panni di Wurst.

Dissacrante, con gusto.

Maurizio De Benedictis

Foto: la redazione

 

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