L’albero

Lo sradicamento dalla propria terra e il rischio di perdere le proprie radici

Un insieme di immagini ci introduce dentro il paesaggio del Sud Italia. Riconoscendone sapori, odori e usanze, le quali, ancora oggi vengono mantenute in vita per un senso di memoria molto stretto, ci rendiamo conto che queste consuetudini entrano in contrasto con l’avanzare della tecnologia

Con lo spettacolo L’albero, di Nicola Conversano, diretto da Vittorio Conticelli, ci ritroviamo immersi nel mondo agreste e linguistico della  Puglia centrale. Il tema è quello dello sradicamento determinato dalla difficoltà nel portare avanti le tradizioni agricole che per secoli hanno costituito l’ossatura e la sussistenza del popolo pugliese.

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L’attore è solo in scena, è sul ciglio della strada, attende un passaggio in autostop per Roma. Ma tutti sembrano passargli accanto e non accorgersi di lui. Nel frattempo lo sentiamo raccontare e restituirci in modo trasognato il suo mondo, fatto dei riti della raccolta delle olive, della vendemmia, della ricerca delle erbe per fare la minestra.

Tutte tradizioni collettive millenarie, che però ora rischiano di scomparire a causa della crisi, che non permette più alla popolazione agricola di sopravvivere per il calo dei prezzi di vendita delle olive e dell’uva.

Il giovane in scena fugge da una realtà che ormai non offre più garanzie di sopravvivenza: il passaggio, però, sembra non arrivare mai, come a simboleggiare la difficoltà di lasciarsi indietro le proprie origini, le proprie abitudini, la propria terra.

Nicola Conversano riesce a tenere bene il palcoscenico e a riempire lo spazio scenico riproducendo i movimenti  della vita agricola ed interagendo spesso con interlocutori fuori scena.

1479089_635771904885933163_IMG_1217_GI_850x566Uno spettacolo che offre molti momenti divertenti, ma che al contempo offre molteplici spunti di riflessione, su un mondo, quello contadino, sempre più minacciato anche dall’avvento dei pannelli solari e delle pale eoliche.

La recitazione è appassionata, energica, sentita; il testo, scritto in collaborazione con M. Santeramo, risulta organico e ben strutturato, ed è infarcito di molti brani in dialetto barese, i quali, seppur funzionali al racconto, a volte risultano però un po’ lunghi e forse di difficile comprensione.

Un buon esempio di teatro impegnato. Da vedere.

Francesco Rinaldi

Foto: dal web

 

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