Noi che vi scaviam la fossa

L’elogio della follia

Un viaggio nel mondo dei folli ci fa scoprire che, in fondo, i matti siamo noi. L’esperienza immersiva, originale, ben ritmata e interessante ci fa ascoltare le maschere per smascherare il reale, perché siamo tutti pazzi, ma i folli sono più liberi: non devono indossare maschere come i normali borghesi

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Da una riduzione del Marat/Sade di Peter Weiss nasce Noi che vi scaviam la fossa (al Roma Fringe Festival 2016) spettacolo diretto da Vania Castelfranchi con gli attori della compagnia La Crisalyde. L’azione si svolge nel manicomio di Charenton, ove i folli – gli attori – accolgono gli spettatori invitandoli nel proprio regno fatto di camicie di forza, reclusioni e comunicazioni impossibili.

Il pubblico è difatti letteralmente invitato in sala e avvisato di non rivolgere parola agli ospiti del manicomio: contestualmente, riceve un foglietto informativo dove ognuno capisce di essere un malato mentale, affetto dalla patologia riportata sul bigliettino ricevuto. Il primo tabù cade: non siamo i savi che entrano nel regno dei folli, ma folli anche noi che fingono di essere normali, e che entrano nella casa di coloro che hanno smesso di fingere una vita che non gli appartiene.

Sul gioco della finzione e del dualismo normalità-follia si snoda lo spettacolo, interpretato con estrema fisicità e bravura da Luca Lollobrigida, Mirco Orciatici e Matteo Paino nei panni di Jean-Paul Marat, del Marchese de Sade e del presbitero Jacques Roux.

img_0949 L’impianto originale del dramma viene mantenuto, sebbene sfoltito di molti personaggi. Nel manicomio dove realmente fu rinchiuso in vita, De Sade tenta di allestire una rappresentazione dell’assassinio di Jean-Paul Marat: nella riduzione di Castelfranchi si perde parzialmente tale intento e ritroviamo un folto scontro dialogico tra Marat, utopico visionario che crede nella democrazia e negli ideali della Rivoluzione francese, e de Sade, anarchico borghese e dissacrante disfattista, il quale sbeffeggia qualsiasi autorità costituita inneggiando al potere del singolo.

Tra i due, Jacques Roux, leader estremista dei poveri, precursore anch’egli dell’ideale anarchico, il quale si esprime spesso a favore dell’uguaglianza tra gli uomini: essa non è intesa, però, come uguaglianza sociale, bensì come ammissione della follia nella quale l’uomo moderno sguazza facendo finta ch’essa non esista.

Siamo tutti pazzi, ma i folli sono più liberi perché non devono indossare maschere come i normali borghesi. Per questo entrano in scena le maschere del teatro (balinese, africano, della commedia dell’arte): da una parte tramutano gli attori in coro greco – supplendo così all’assenza dei personaggi previsti da Weiss in scena – dall’altra ci ricordano del mondo della finzione, del mascheramento e, perché no, del gioco. Dobbiamo ascoltare le maschere per smascherare il reale.

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Il gioco non si ferma: gli attori si contorcono, si truccano, toccano il pubblico e lo costringono ad entrare nel gioco della follia. E ancora cantano, rompono la sospensione dell’incredulità e la quarta parete, trafiggono le orecchie con le urla e lo sguardo con la deformità. Sudano, sputano, calpestano e vivono.

La scenografia composita di Domenico Latronico e i costumi della Piccola Costumeria Cunegonda con Gaia Vona sono la cornice perfetta del delirio portato in scena: troni di posate, scettri da pezzenti, luridi abiti sudati e intrisi di urina e sangue sposano la recitazione esasperata, crudelmente fisica, interattiva e grottesca dei tre protagonisti (ai quali si aggiunge un bravo tecnico delle luci, sempre nella parte del pazzo ma mai al centro della scena).

In uno spazio tempo senza regole, le possibilità per uscire dalla reclusione saranno gli applausi liberatori e il sacrificio, con rimando alle crudeltà e al teatro di Artaud e di Pasolini oltre che alle esperienze del Living Theatre, di uno spettatore che rimarrà alla mercé dei tre folli.

Maurizio De Benedictis

Foto: la Redazione

 

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