43 paia di scarpe

Che cosa è l’amore se non hai qualcuno da amare?

Poesia e candore in scena, in un racconto dove lo spazio è quello della fantasia. Trilussa e La ninna nanna de la guerra. Tanti bambini e schiamazzi per rinnovare il mondo e la purezza, e la fatica di gioia è quella dovuta all’affetto e all’amore.

Il terzo spettacolo in cartellone al Teatro Furio Camillo per la rassegna Tre passi di donna, in scena dal 3 al 13 marzo. 43 paia di scarpe, in scena l’11 marzo e presentato dalla Compagnia Il giardino delle parole, è un monologo ricco e intenso. 50 minuti scorrevoli, senza indugio alcuno.

Alessandra Evangelisti, brava e intensa interprete, ci presenta Adelina Guadagnucci e la sua storia realmente accaduta. Il tempo è quello della guerra ’15-’18. Da Massa, dove il Castello assume una prospettiva particolare, quella laterale, la quale definisce di lato, il lato dove appoggia, raggiunge uno dei suoi fratelli in Svizzera.

Da bambina a donna, descrive le sue inquietudini con le sue domande, la sua inquietudine e il suo fresco ardore. E non fa altro che ripetere e immergersi dentro altre prospettive. Forse tutto cambia se si impara a guardare le cose in modo diverso.

L’attrice si muove nello spazio con consapevolezza. Una scenografia spoglia. Scatole di scarpe disposte lateralmente, due parallelepipedi di legno nero, e un baule di legno sul quale si accuccia per dormire, per sedersi, per scrivere, per identificarsi nelle notti quando la mamma le chiedeva se dormiva.

La mamma, presenza preziosa, grazie alla quale è la persona che è.

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Adelina, antifascista. Le sale la rabbia a vedere tanta cattiveria gratuita sperperata da gentaglia. Ma cambia prospettiva, e ci apre al suo pensiero. Anche queste persone e Mussolini sono stati bambini. Lo spiraglio dolce che mano a mano fa entrare luce dentro di lei.

L’Evangelisti ci prende per mano e ci conduce, mediante la sua voce ben modulata, dentro un mondo immaginifico, in cui luoghi, persone, bambini, azioni, espressioni, emozioni e molto altro si palesano a noi come per incanto. Si inchina per rivolgersi a un bimbo. L’azione è un tutt’uno con quello che non c’è, ma in realtà vive nelle nostre menti.

Si fantastica sui sogni e sull’amore. Nel 1933 Adelina ha 20 anni e desidera andare via, ma senza amore come fa?

E’ questione di percepire il sentimento di speranza viscerale per migliorare il mondo. Il modo migliore è partite dai bambini. Aprire una Casa per orfani di guerra, l’Istituto Pedroni, è l’obiettivo per far crescere i piccoli secondo gli ideali della classe operaia di Carlo Pedroni.

Principalmente senza divisioni. Niente più liste né di figli di fascisti né di partigiani, facendo prevalere l’unione. Alla ex prigione con le grate, vuota e austera, appartenuta ai prigionieri, Adelina dà dignità. Appende rami e disegni alle pareti per accogliere le piccole creature affinché vivino un rinnovato calore affettivo.

Giampiero, Salvatore, Colomba, il piccolo Luigi, Vincenzo, Giuseppe, sono i pochi nomi chiamati in causa. Inizialmente il gioco è la guerra, le armi arrabattate. Le divisioni subiscono una trasformazione. Si lavora insieme e ci si diverte. Più ci si diverte più si vivrà e si starà meglio.

Le armi disposte a terra sono sostituite da un pallone recando gioia e scalpore al gruppetto. I bambini hanno la possibilità di scegliere discutendo tra loro. Perché non si può vivere di solo spirito.

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La solidarietà è la moda del dopo guerra. Alla Casa dell’infanzia arrivano pigiami, rosa e celesti, e scarpe. La festa è un girotondo nella camerata; un’operazione gratuita agli occhi per Giampiero, il quale diventerà un pittore; Vincenzo non scappa  più e Luigino non ha mai rubato.

A ognuno le responsabilità nell’ascoltare e nel fare, tutto definito dalle luci. Sopite per la notte, intere per il giorno. Due momenti essenziali della giornata per scandire stati d’animo, per esprimersi in tutto ciò che si ha dentro. La conquista della propria libertà.

Per il mondo futuro e migliore. Per un’umanità diversa, il cambio di prospettiva è determinante. Adelina si chiede perché non è mamma. Perché ha fatto tutto quello che ha fatto? La sua risposta? Il suo essere orfana di guerra, di padre, e avere una mamma che l’ha resa viva, e appena conquistatasi, più serena prima di addormentarsi.

Ma prima conta le sue creature. Sono 43.

Annalisa Civitelli

 

 

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