Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi)

Negazione di identità, non avete diritto di vivere tra noi.

La deportazione. Ebrei, zingari, omosessuali, comunisti. Dinamiche e storie all’interno dei campi di sterminio ove si è solo numeri. Una recitazione di stile, animata, che fluisce con vigore senza annoiare. Per testimoniare.

Stanze Segrete, il Teatro. Il nome evoca di per se misteri da scoprire. Dal 28 gennaio al 2 febbraio in cartellone Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi), la scritta fittizia posta all’ingresso di numerosi campi di concentramento. Un altro punto di vista sulla tragica vicenda dell’olocausto, lo spettacolo è stato il risultato di un ottimo dinamismo ideato per interpretare l’adattamento di poesie, racconti e testimonianze sulla Shoa. A cura di Dario de Francesco, Giovanni Pannozzo, Luana Strozzi e Giorgia Piracci. Regia di de Papi.

All’interno del versatile spazio gli attori hanno armonizzato con passione e decisione i loro movimenti. Sedendosi sulle sedie predisposte come da copione, il sali e scendi dalle scale, una a chiocciola, l’altra classica. Lo stare in scena, uscirne e ritornare. Il camminare. Piedi fasciati da bende di cotone bianco. L’abbracciarsi, l’incalzare la disperazione. Particolari gesti studiati per colpire gli astanti.
La voce è importante. E’ una guida. Giovanni Pannozzo offre dizione ben cadenzata e secondo il suo parere dona qualità a tutto il lavoro.

Una scrivania, due sedie, un paravento di specchi arredano, infondendo sapore anni ’30-’40, il piano superiore. Ci si trova proprio in quel periodo storico, la deportazione degli ebrei e non solo. Zingari, omosessuali e comunisti, anche.
Bambole di pezza sparse sulle sedie, valigie vecchie, vestiti ammucchiati, oggetti di latta, juta sul pavimento, borsa da lavoro in cuoio. Alcuni predisposti per esser usati e distribuiti al pubblico con pezzi di sapone, pane, bottiglie di vetro immaginandoci acqua dentro e schede di persone deportate. Il coinvolgimento del pubblico da parte degli attori ha reso il loro dimenarsi magistrale, grazie anche al piccolo grazioso ambiente teatrale.
Un recinto, un cancello. Pali di legno, terra, filo spinato, all’interno tre sedie. Esposta la bandiera nazista per sottolineare la storica devastazione umana, conseguente strappo di identità, di speranza e disumanizzazione nei confronti di un popolo. Gli specchi alle pareti fanno si che tutto possa sembrare ripetuto all’infinito.
Giovanni, Luana e Giorgia vestiti di nero, il numero di riconoscimento sulle maglie e sugli avambracci. Non si veniva identificati con i propri nomi. Numeri. Solo numeri.

Giorgia Piracci per due volte interpreta una mamma. Scende dalla scala a chiocciola, gioca con un bimbo che si immagina ci sia. Un’altra, angosciata. Gioca con la figlia, una bambola di pezza la rappresenta, poi la nasconde. La bimba si mette a piangere e viene poi scoperta da un ufficiale delle SS. Gliela toglie dalle braccia. L’attrice stessa legge una lettera, di nuovo nella busta, se la passano di mano in mano. Il gioco tra deportati e l’ufficiale è intenso. Dario de Francesco, di nero vestito, con cappello e fascia al braccio, tra sguardi e dizione ne esalta le gesta, quasi vantandosene.
Luana Strozzi, in modo animato recita la poesia Un paio di scarpette rosse.

scarpa numero ventiquattro, per l’ eternità, perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse, a Buckenwald, quasi nuove, perché i piedini dei bambini morti, non consumano le suole.

Auschwitz, Birkenau e Dachau i campi di sterminio ove la barbarie si è compiuta. Non rimane nulla, solo scarpe e vestiti. Numeri ripetuti di deportati schedati. Racconti crudi, il grado di sofferenza per gli esperimenti senza anestesia, lasciando morire un bambino di 13 anni. Lettere. Partenze. Addi. Gas. Depilazioni. Rasati a zero. Poco o quasi niente cibo. Il mondo ebraico stravolto nel suo corso storico. Erano pieni d’oro, risparmiatori. Così erano visti. L’emozione verso la fine guida al canto delle donne, nude, sulla neve, verso la porta verde. Freddo. Un colpo di pistola chiude il sipario immaginario.

Lacrime. Domande si creano nella mente. Risposte? Tutto ciò che è testimonianza ne è traccia. Mi sono chiesta se i tedeschi non avessero avuto altro da fare che trovare la loro ragione, la loro vocazione mediante questi atti così violenti tanto da recare dolore ad un’intera etnia.

Annalisa Civitelli

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