Sono nato per volare

Storia di un destino

Un quadro esilarante che sovrappone spazi temporali comici e tragici. Racconti e poesia rimandano a tradizioni siciliane, di una famiglia attaccata a forti valori dai sapori antichi, da rivalutare. Un pezzo, a tratti geniale, che unisce particolari idee uscite fuori dalla mente fervida di un bancario.

La stagione estiva al Teatro Kopó di Roma ha riproposto al pubblico Sono nato per volare, dal 19 al 22 giugno, che ha già ricevuto consensi positivi nella trascorsa stagione invernale.

Scritto e interpretato da Giuseppe Arnone, diretto dallo stesso e coadiuvato da Francesca Epifani, prodotto da PTK (produzione Teatro Kopó), l’attore si cala nel ruolo di un bimbo di 9 anni, Vincenzo Diodato.
Testo elaborato in due notti, come spiega Arnone e a nostro avviso, denso di fantasia, odori e poesia.

Storia di un sogno, di desideri, di quei piccoli innamoramenti nell’imparare come si può fare per realizzarli, conquistarli ed acchiapparli. Unica nel suo genere ed aspetto, la performance è apparsa delicata e semplice, ironica e divertente ha coinvolto anche il pubblico. Disarmante, emozionante e spiazzante sul finale, svelando l’avvenimento storico al quale si fa riferimento.

Un’anteprima, una gag, apre lo spettacolo. Un ragazzetto con una tuta blue e gialla, stile meccanico e cappelletto con visiera dietro la testa, parla e diverte. Emerge la situazione attuale e scandalosa dei teatri italiani, i più grandi, in contrapposizione con i teatri off, dove off sta per officina, i quali offrono massimo 50 posti e spettacoli nuovi e rivoluzionari.

Uno stacco recitativo appassionando gli astanti e spiegando la figura del suggeritore. Un omino alto massimo 1.60, magro, il quale deve leggere veloce, senza comprendere nulla del testo che ha in mano, senza interpretazione.

La scelta della musica, a cura di Eugenia Cortese, anche quella tipica siciliana, è ottimo sottofondo, come il quadro della vicenda dove si alternano spazi temporali meticolosamente studiati per creare un filo conduttore lineare e simbolico.

Raccontare il Natale. Il Natale del 1979 di un bimbo che desiderava un aeroplano telecomandato, bianco e blu, perché quello rosso e bianco non gli piaceva. La lingua, il dialetto. Interpretare parole è stato piacevole esercizio.

La descrizione dell’ordine a tavola è metafora di ciò che l’attore ha appreso dal suo percorso artistico, cultura di teatro di paese, un passaparola odierno, che evoca la figura del cantastorie.

Una cassa di legno al centro del palco, Giuseppe Arnone in ginocchio dietro essa con i gomiti e mani battenti a suonare, con la sua voce, quasi canto, a far immaginare le posizioni a tavola, quelle di ogni componente della famiglia, con la nonna a capotavola.

Inserimento veramente particolare e non esclusivo che l’attore ritiene cambiare ogni volta, a seconda delle persone che si trova di fronte.

La descrizione di un menù natalizio ricco, sostanzioso dove il panettone, come dolce, non si usava perché era offensivo.

La poetica vola nell’aria intrufolandosi. Irrompe una luce rossa sulla scena (luci gestite da Paolo Filipponi), psichedelica, musica energica e suoni vocali – fruscio che indica l’azione del friggere – gesti di braccia per il taglio della cipolla, lacrime di acqua e sale che levano la mano dal cuore, accompagnano la descrizione della caponata, piatto caratteristico della Sicilia invernale.

Si gioca ancora. La favola dell’uccello Grifone, il poker in famiglia, le poche e precise regole per giungere a dare un timido bacio alla persona di cui si è innamorati.
Quel bacio, i movimenti, come in un mare si nuota, morbidezza. E’ tutta una poesia.

Fai attenzione perché ogni volta che guardi in faccia il buio, il buio ti guarda a sua volta.

Una storia di un viaggio, un aero ed una cabina di pilotaggio visitata e dopo nessun segnale.

Fantasia e delicatezza sono stati tramiti per non far dimenticare una tragedia di cui la ricerca della verità è tuttora atto in corso.

Non ero più cielo ne terra, solo terra e sabbia.

I titoli di coda, pizzini in A4, divertenti e originali chiudono quell’ora in cui l’emozione è fonte e chiave di diverse letture su nuovi spettacoli di genere ai quali prestare attenzione, perché raccontare l’attualità non è sempre facile.

Annalisa Civitelli

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