Dio, se ci sei, fallo morire

Tu non sei uno qualunque

 XXV edizione del Festival del Teatro Patologico di Roma. Organizzata dal Teatro stesso, sotto la direzione artistica di Dario D’Ambrosi, regista e attore, Upside down – questo il nome della rassegna – dal 6 maggio al 3 luglio presenta spettacoli teatrali incentrati su tematiche sociali

Una realtà notevole quella del Teatro Patologico. Grazie alle iniziative teatrali indaga gli stati d’animo della malattia mentale: pensieri e comportamenti dei malati di mente. Risaltandone vitalità, valenza artistica e creativa, il nobile intento è dare ‘dignità al matto’.

Dario D’Ambrosi, uno dei maggiori artisti d’avanguardia italiani, da oltre trent’anni porta avanti la sua ricerca sulla follia con spettacoli teatrali famosi in Italia e all’Estero. Da quest’anno rivolge l’attività al teatro integrato: primo corso universitario al mondo di Teatro integrato dell’emozione, riconosciuto in ambito teatrale e sociale-internazionale.

Upside down – rassegna teatrale – è il nome dello spettacolo di D’Ambrosi che chiuderà la stessa il 1, 2 e 3 luglio. Molte le performance allestite, tra cui Dio, se ci sei, fallo morire. Scritta e diretta da Marco Micheli è andata in scena il 27, 28 e 29 maggio. Nei ruoli di Ivo, Angelo Sateriale, Marco, Simone Bobini, Sandra, Laura Tedesco, Monica, Angelica Pula, e la dottoressa, Ilaria Sartini.

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 Erika Cellini cura le scene. L’ampio spazio delinea gli interni di una casa: il salottino a sinistra –poltroncina e TV; la cucina al centro – tavolo, quattro sedie, un mobile; la camera dei figli a destra – due brandine, scrivania, una luce. Sullo sfondo un materasso matrimoniale sul quale ci si lascia cadere per sdraiarsi. All’indietro.

Una tranquillità apparente regna nell’ambiente domestico. Ma se andiamo ad approfondire, la tematica della vicenda evidenzia relazioni familiari complicate: il marito-padre è affetto da depressione cronica e sindrome paranoica.

Il regista descrive quadri di intimità casalinga, concentrandosi sul rapporto padre-figlio: Ivo e Marco. La storia autobiografica termina con la malattia terminale del padre – la morte – situazione in cui Marco è stato in grado di apprezzarne la parte positiva, rimasta sempre sullo sfondo. Prende così coscienza delle affinità che ha con Ivo, inabilitato a parlare a causa della patologia, scoprendo la sua identità.

13319848_10209708662902723_1677449528033628042_nOgnuno di noi è parte dei propri genitori, non si può scindere, e l’amore esiste nonostante tutto. Al momento della morte la consapevolezza si palesa. Sapendo di non poter più parlare con il genitore, liberazione e dolore viaggiano insieme, e si cerca di delineare la figura di un tempo nonostante la presenza insopportabile.

In queste occasioni capita di respirare un’aria viziata che non dipende da noi, ma anche di sentirsi incapaci, sbagliati, inferiori, a causa di presenze complesse, le quali, pretendono attenzioni, sono autoritarie e a volte anche offensive.

Si cerca di capire e di andare avanti accettando la situazione che devia e distorce gli stati d’animo. Chi sta male, in alcuni momenti, perde il controllo, perché dentro la depressione c’è stanchezza, ansia, si percepisce la fatica di vivere, e il mondo interno è incomprensibile all’esterno.

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Anche le prevaricazioni sulle scelte dei figli partono da un malessere interno, che per paura o incapacità non si sa come affrontare e superare. Forse la via migliore è non vedere, poiché a volte manca la forza di chiedere aiuto.

Ci siamo chiesti quali possano essere i mezzi giusti da adottare per andare incontro al malato. Come si fa a convivere con un peso così grande? Quanto tempo ci vuole per riconoscere il problema, semmai si possa. Ammetterlo. Affrontarlo. Riconoscerlo a sé stessi.

Sviscerare argomenti di questo spessore richiede tempo necessario e una preparazione consona, ma al termine della performance rimane un bagaglio emozionale che ognuno vive all’interno di realtà personali.

Le due figure femminili sono presenti, ma in secondo piano. La madre, sempre affettuosa, gioca con i figli, li abbraccia, li sostiene, li consola. Suo malgrado cerca di mantenere il ruolo di moglie-madre al meglio, accantonando l’evidenza. Mentre la sorella fa da contorno sia con le sue preoccupazioni sia con i suoi studi.

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Scegliere di mettere in primo piano il rapporto padre-figlio, da parte del regista, lo interpretiamo come il patire l’atteggiamento del padre. Nutrire insicurezze intacca intimamente, tuttavia, trovare forza e capacità di affrontare il dolore, perdonare e quindi riacquistare serenità, serve a non ri-cadere nel buio.

Un piccolo e doveroso inciso va fatto: tutti i ruoli sono stati interpretati in maniera egregia, ma in questa circostanza ci interessava far prevalere il contesto generale. Ci ha colpito, però, Angelo Sateriale. Lo conosciamo come comico, ma nel ruolo drammatico è riuscito a entrare in una parte diversa e a farsi conoscere dal pubblico grazie alle sue diverse doti attoriali.

Annalisa Civitelli

Foto: Alessandra Notaro

Upside down, XXV edizione del Festival del Teatro Patologico di Roma è organizzata dal Teatro stesso – direzione artistica di Dario D’Ambrosi, regista e attore – in collaborazione con QAcademy, SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, Roma Solidale, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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