FIN.

La tempesta: l’inizio della fine o la sua essenza?

Al Teatro Studio Uno di Roma si è conclusa la rassegna “Non è un teatro per giovani – Scene Under 25” con lo spettacolo FIN., di e con Alessandro Businaro e Barbara Venturato. Un efferato scontro ha preso corpo e voce attraverso la parola che, più affilata di qualsiasi lama, colpisce ferocemente.

Il testo è un primo studio e libero adattamento di Clôture de l’amour di Pascal Rambert, e conduce direttamente i due giovani nella bufera così adulta della rottura di un amore.
Nonostante il titolo – parola fine e punto fermo a seguire – la drammaturgia e la performance stessa sono esattamente il preludio alla distruzione di un legame: una tempesta emotiva, fisica e verbale che preannuncia e precede il momento di rottura vero e proprio.

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Se prima di questo momento l’armonia e il sentimento si reggevano su un reciproco riconoscimento, è chiaro che, nel momento di assoluto disconoscimento dell’uno dall’altro, l’edificio dell’amore crolla dalle sue stesse fondamenta. A colpi di parole accettate e taglienti, a tratti anche paradossali da suscitare il riso, i due cominciano una battaglia uno contro uno senza mezzi termini. Impotenti o, forse, ancora rispettosi della controparte, Lui e Lei non si intromettono nella parola dell’altro, dando vita – almeno per quanto concerne la voce – a due monologhi distinti.

image4-1Ben visibili e significanti, però, le tensioni dei corpi che, nella presenza silenziosa, parlano più della controparte verbosa, donando la sensazione di una vero scontro a due.
La scenografia, poi, essenziale e scarna – una panca e una sedia – incornicia perfettamente le presenze dei due attori che, quasi immobili nel momento della loro parola, si irretiscono e si contorcono per il dolore quando è l’altro a parlare.

L’operazione, come nella sua versione originale, è anche un piccolo gesto metateatrale. I due protagonisti sono casualmente due attori. E sono ora pronti a dirsi l’indicibile, proprio nella sala prove che li ha visti lavorare insieme da anni.
È Lui a cominciare: feroce e senza sosta, quasi del tutto insensibile, colpisce quella che un tempo era l’amata, che resiste, quasi stoica, ai suoi attacchi.
Curioso e leggero l’intermezzo scelto per il break tra i due round dialettici: due musiciste rompono il silenzio nella sala prove. Anche loro avevano prenotato lo spazio per quel momento.

image2Un piccolo break musicale lì, nel vivo della sala, ed è subito il turno di Lei. Ferita e afflitta, ma con tutta la forza di chi sa di essere allo sprint finale di una gara, prende la parola. Appare subito più emotiva e più delicata per la sua natura femminile o forse per la diversa considerazione del sentimento e dell’amore che lo legava a Lui. Le sue parole, anch’esse rabbiose e ferine, arrivano dritte dal cuore e denunciano la brutalità delle parole di Lui, riconoscendo l’irreversibile cambiamento dell’altro e la fine del rapporto.

image1-1Siamo certi che la parola fine e il punto a seguire siano di per sé stessi il punto d’arrivo da cui non vi è più partenza? Dopo una tempesta si è soliti osservare la quiete che giunge naturalmente a concludere la complessità della bufera appena trascorsa. FIN. è tutto questo complesso vorticoso di uragani e moti violenti che precede la fine di un legame, quella quiete fatale e necessaria. Ma FIN. è anche la quiete stessa che per sua costituzione non può prescindere dalla tempesta precedente.

È solo la fine allora ad essere la conclusione? Sembra non sia così, che anzi la fine stessa sia in tutta quella complessità anteriore. FIN., nel suo stesso titolo, è come se, invece di introdurre la pièce stessa, ci mostrasse che la vera essenza della fine sta in tutto ciò che la precede.

Gertrude Cestiè

Foto: Matteo Nardone

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