Groppi d’amore nella scuraglia

Scarto di una società che produce rifiuto

Se il luogo, dimensione spaziale, diventa un personaggio di questa disperatissima commedia, non possiamo non menzionare la lingua co-protagonista. Processo affascinante che non lascia dubbi, come il turbinio di immagini e personaggi inventati che fa tornare bambini riassaporando quella curiosità gioiosa e inebriante di quando si ascoltava la favola più bella.

Dopo aver vinto il Premio come Miglior Attore al Roma Fringe Festival 2014, Silvio Barbiero, già finalista nel 2011 del Premio Off dello Stabile del Veneto, torna a Roma con Groppi d’amore nella scuraglia di Tiziano Scarpa, alla Tognazza al Douze il 2 marzo 2016.

I colori sgargianti con cui è dipinto lo spazio scenico ci fanno subito intuire che stiamo per avventurarci in qualche mondo fantastico. Entra un attore barbuto, le luci si fanno soffuse e… alla terza battuta abbiamo capito: stacchiamo il cellulare, chiudiamo il tran tran fuori dalla mente e lasciamo vivere l’immaginazione.

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Scatorchio è il nostro Virgilio, con lui attraverseremo in un unico fiato, la breve e triste storia di un paese del meridione che vende la propria anima in cambio di un ripetitore televisivo. Tiziano Scarpa, in Groppi d’amore nella scuraglia, nomina con cura ciascuno dei suoi personaggi ma ignora completamente di dare un nome all’attore principale della sua storia: il paesino.

Ricorda a tutti noi che il destino del paesino non riguarda solo un paesino. Se il luogo, la dimensione spaziale, diventa un personaggio di questa disperatissima commedia, non possiamo dimenticare di menzionare la lingua come sua co-protagonista.

La sperimentazione linguistica, il mescolamento dei dialetti meridionali che porta Scarpa a produrre un unico linguaggio, è un processo affascinante che non lascia grossi dubbi. La lingua di Scatorchio è un dialetto che non esiste come il paese di Scatorchio: è un paese che non esiste, entrambi sono la summa di regioni, città, paesi che sono stati ignorati da un Potere che li ha voluti ignoranti e sottomessi. Nella bocca di Scatorchio c’è la rabbia di tutti gli uomini del sud.

Il prezzo da pagare per i paesani sarà altissimo, quel diavolo del Potere costruirà una discarica d’immondizia così vicino al centro abitato da far storcere il naso anche al parroco. I cittadini, poveracci, saranno costretti ad emigrare e lasceranno le proprie case per sempre. Abbandonato dai suoi compaesani e dalla donna che ama, a Scatorchio resterà solo l’immondizia, scarto di una società che produce rifiuto.

10353548_1586591008220328_2919963308403620550_nLa cifra della regia di Caldiron è la linearità, quasi invisibile. L’interpretazione camaleontica di Barberio, come un’artista di strada, ci introduce attraverso voce e corpo nel mondo dei personaggi dai mille dialetti che Scarpa dipinge. Le musiche a contrasto sono di Sergio Marchesini e Debora Petrina.

Una storia ricca di ingredienti narrativi, che non manca di sorprendere per l’originalità delle soluzioni messe in atto. Lo spettatore si trova, così, immerso in una dimensione fatta di suoni antichi ma pur sempre riconoscibili, di immagini e di musiche che creano un’atmosfera naïf, tracciata con pennellate severe e marcate. Immagini che richiamano l’immaginario di Bosch raccontando la storia di Scatorchio e del suo amore per Sirocchia in un paese sommerso dai rifiuti.

I personaggi di cui si racconta compaiono sulla scena, grazie alle brillanti capacità attoriali di Barbiero: il sindaco, la vedova Capecchia, Sirocchia, il popolo e ancora, la storia del ripetitore, l’amore di Scatorchio per Sirocchia, che gli preferisce il rivale Cicerchio, la discarica che fa fuggire tutti i cittadini. Un turbinio di immagini e personaggi inventati, che fa tornare bambini e riassaporare quella curiosità gioiosa e inebriante di quando si ascoltava la favola più bella.

Tina Pica

Foto: Fabrizio Caperchi – Marco Barretta

 

Groppi d’amore nella scuraglia

di Tiziano Scarpa

regia di Marco Caldiron 

con Silvio Barbiero

scene di Paolo Bandiera

costumi di Anna Cavaliere

foto di scena e locandina di Fabrizio Caperchi

musiche di Sergio Marchesini e Debora Petrina

 

 

 

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