Il cambio dei cavalli

Il punto di vista maschile di Franca Valeri

Una sosta per una rigenerazione interna. La modernità sviscerata, entro la quale si cammina immedesimandosi nella difficoltà dei rapporti umani e trovando fiducia in sé stessi. Un gioco alla ricerca dell’equilibrio tra vecchiaia e giovinezza, palestra che forma i grandi sentimenti.

Il Cambio di Cavalli, ultima pièce di Franca Valeri, ha aperto la stagione del Teatro della Cometa della capitale il 17 settembre. Spettacolo fuori cartellone è stato in scena fino al 27 dello stesso mese.

Chi non ricorda la Signorina snob, Cesira la manicure e la Sora Cecioni? Personaggi femminili che la nota attrice ha elaborato grazie alla sua penna fervida lasciando scaturire comicità, sagacia, forza e pungente ironia dando voce al mondo della donna e della nobiltà un po’ frivola, priva di discorsi sensati.

Il titolo della commedia, Il Cambio di Cavalli, sottintende una sosta per una rigenerazione interna. Ci si ferma per ripartire. In questo caso è Oderzio, Urbano Barberini, a procrastinare decisioni circa la sua vita rimuginandoci su. La Signora Anne Marie, Franca Valeri, amante del padre di Odo, morto da tempo, ascolta con attenzione le sue riflessioni e le sue insicurezze. Le battute incisive svelano frasi sulle quali si può meditare.

La modernità sviscerata, entro la quale si cammina immedesimandosi nella difficoltà dei rapporti umani, amorosi, tra padre e figli, innesca il credo nell’avere fiducia e stima in sé stessi. Le confessioni sono ritorni in cui Odo si sofferma con Anne Marie in dialoghi, di domande e di risposte, i quali quasi mai trovano soluzione.

Alice Torriani, la giovane Galet, parte del trio, interpreta un’arrampicatrice sociale che cerca di circuire Oderzio e alla fine riesce a sposarlo. Anche l’ottima dizione denota la sua professionalità e il dialetto del nord è ben scandito. Ambrogio, il cameriere, secondo personaggio maschile, viene solo nominato e chiamato al telefono. Inseparabili Franca Valeri e il telefono, strumento che la definisce, e utilizzato fin dagli esordi le conferisce il suo status caricaturale.

L’insieme, seppure poco movimentato, ha un buon ritmo e mantiene l’attenzione del pubblico ben salda. Il gioco scenografico, grazie a Alessandro Chiti, è pensato su due piani. Una pedana girevole – meccanica introduce uno studio, una sala da pranzo e una sala da tea sul palco e, al piano superiore, tramite un pannello trasparente, si intravedono una camera da letto di un’abitazione e di un hotel. .

Intorno alla scenografia si articola la vicenda. Franca Valeri, sempre seduta, è presente sul palcoscenico, mentre Barberini e Alice Torriani si spostano tra piani prospettici, utilizzando anche le quinte come punti di intersezione.

Il gioco di luci è centrale. La semplicità immediata coadiuva tutte le azioni sul palco. L’arte colorata di Michelangelo Vitullo varia dal blue cenere, al rosso, al bianco. Circonda gli attori di un’atmosfera pulita e ordinata grazie all’occhio attento del regista Giuseppe Marini.

Franca Valeri non delude. Nonostante la sua età ancora trova il modo di dare esempio nell’affrontare il suo lavoro con caparbietà. Recitazione e espressione composte lasciano gli spettatori sbalorditi circa le movenze e l’uso della dialettica.

Quasi un gioco alla ricerca dell’equilibrio tra vecchiaia e giovinezza che, difficile, come una palestra forma i grandi sentimenti, i rifiuti e così via. Insidie, istinto, la giusta collocazione di qualcuno nella propria vita, la felicità del mondo a due, sono fattori esistenziali come il formare la propria identità senza somigliare a qualcuno, perché insopportabile. In quanto ogni uomo è un pezzo unico.

Annalisa Civitelli

Recensione scritta per conto di UnfoldingRoma

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