Il fantasma della Garbatella

 La romanità versione rap

Commedia sarcastica sui ritmi della modernità. E’ il caso di dire che tra risate, scaramucce, piccole bugie, le vie del Signore sono infinite. Si trova sempre il modo di riappacificarsi e trovare un pizzico di serenità in più. Poi? Si dimentica tutto e si torna a discutere.

Spettacolo che si presenta come esilarante e comico, ha deliziato il pubblico con un sold out a sorpresa ogni sera, e aggiungendo una replica straordinaria la domenica. Dal 7 al 10 gennaio al Teatro Ambra alla Garbatella la Compagnia degli Artigialli ha presentato Il fantasma della Garbatella, scritto e diretto da Gabriele Mazzucco.

Il buon livello di recitazione del cast è stato il punto di forza della performance, tanto da guidare il pubblico nel divertimento e nella comicità protagonisti. Andrea Alesio, Gianluca detto LalloTarcisio, Chiara Fiorelli, Arcangelo Raffaele, Armando Sanna, Orazio, Federica Orrù, Matilde, e Paola Raciti, Angelina, conducono gli astanti nel mondo romano e soprattutto in uno dei quartieri storici della città, la Garbatella.

Una serie di gag si susseguono a ritmo cadenzato, in cui le vicende, ilari, sono una parodia dei nostri tempi. Le melodie rap, improvvisate, si incastrano a perfezione con l’interpretazione classica dei personaggi, i quali si muovono all’interno di un salotto di una casa ove il rosso padroneggia e mobili stile anni ’80 vivono.

Gianluca detto Lallo, è deceduto. Mandato da Dio e accompagnato dall’Arcangelo Raffaele, ritorna sulla Terra per vedere come procede la vita in generale. Il suo compito è riuscire a scoprire, parlando con Orazio e Angelina, la via giusta da seguire per portare l’uomo a un’evoluzione migliore. Sarà il caso che l’umanità venga guidata da un nuovo Messia? Tutto dipende da un si o un no del protagonista.

I dialoghi, basati sui dialetti romano e abruzzese, sono ben riusciti e spiritosi, frizzanti si concentrano sul perdono, sulla vita, sui comportamenti e le decisioni di Dio nei confronti dell’umanità, sulla crisi, sulla disoccupazione, sul matrimonio.

Dire la verità, elargire serenità e amore a tutti, e dare all’uomo un’altra possibilità sono le evoluzioni della storia. Messaggi intrisi di significato a cui ognuno dà una propria interpretazione personale sono la risultante.

Il finale, sarcastico, gioca sul paradosso della vita. L’Arcangelo Raffaele ha a che fare con una famiglia particolare. Prova a fumare erba per la prima volta, uscendone rintronato, ascolta i discorsi sui trascorsi da delinquenti di Orazio e Lallo, spreca tutti i miracoli a sua disposizione, viene ammonito dal Signore, e riesce a convincere Angelina a non far scoprire a Lallo la verità sulla sua morte, evitandogli di trascorrere il tempo in un limbo invece di risalire in cielo.

Dopo un dialogo con Dio, Raffaele, l’Arcangelo, chiede una seconda opportunità per le curiose personalità, facendo in modo che qualcosa possa aggiustarsi nelle loro vite. Angelina, è disoccupata da tempo, e vive sulle spalle di Matilde, escort e fidanzata di Lallo. Senza la presenza di un compagno, si ritrova incinta. Un miracolo!

Per circostanze che non sveliamo subentra Tarcisio, gemello di Lallo. Sul finale Tarcisio, Matilde, Angelina e Orazio si ritrovano al verde e senza casa. Ripiegando al pensiero di una stalla ereditata, come futura dimora, Orazio e Tarcisio si trasformano in bue e asinello e Angelina si ritrova con un lavoro!

Dinamiche assurde, che possono apparire senza senso. Ma, appena un attimo di distacco dal contesto dell’esibizione, possiamo dedurne un filo logico delineato e preciso. Chissà che da un si nasca il nuovo Messia che possa rivelare a tutti noi un nuovo andamento sul mondo.

Un po’ di discordanza, però, l’abbiamo trovata. Sarebbe risultato più incisivo descrivere in dettaglio il quartiere preso in considerazione, non solo sull’epilogo. I percorsi che Lallo fa da morto, prima di risalire in cielo, tra vie, piazze e Oratorio avrebbero avuto vita e magia facendoli attraversare al pubblico in modo più sentito e coinvolgente.

Creare atmosfera e scorci interessanti, e far conoscere meglio lo storico quartiere romano, non solo mediante fatti, aneddoti e il marcato accento romano, ben scandito, di Orazio e i suoi compagni di viaggio, avrebbe donato una maggiore connotazione al testo.

Nota peculiare l’ottima conclusione, la quale si dissolve in rima come le poesie delle illustri penne che la capitale abbia mai avuto.

Annalisa Civitelli

 

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