Il grande Gatsby

Tutti dovrebbero credere in qualcosa

Un interessante punto di vista storico, sociale e amoroso dell’America degli anni ’20. Costumi, fascino e ardore alla base dell’impetuoso ritmo recitativo, all’interno del quale gli attori sviscerano caratteri risoluti e contrastanti.

Il grande Gatsby al Teatro Stanze Segrete di Roma dal 12 al 31 gennaio è stata una trasposizione teatrale del romanzo più conosciuto di F.S. Fitzgerald, dal quale sono stati tratti tre film, uno muto, del 1926, andato perduto, e le altre due versioni, l’una del ’49 e l’altra più famosa del ’74.

Una produzione Darkside LabTheatre Company, riadattato da Rachele Studer e Riccardo Eggshell, vede in scena gli anni ’20, pieni di atmosfere retrò e comportamenti borghesi dell’America fascinosa di quel periodo.

Matteo Fasanella ne cura la straordinaria regia oltre che interpretare il ruolo di Gatsby stesso. I personaggi che ruotano intorno a lui sono Nick, Antonio Coppola, Daisy, Rachele Studer, Tom, Tommaso Arnaldi, Miss Baker, Valentina Ghetti, Myrtle, Licia Amendola, e George, Michele Prosperi.

La voce fuori campo è di Ennio Coltorti: Preambolo dell’esibizione, narra vicissitudini e lega la recitazione agli spazi temporali.

Abbiamo trovato la performance alta in tutte le sue caratteristiche. Ben curata nei minimi dettagli, dai costumi, agli ambienti, agli elementi di scena, alla simultaneità di alcune azioni.

La dinamicità ha reso vive, dei volti, espressioni e emozioni, facendoci percepire tensione in scena, dolore, acredine, tradimenti, rabbia, silenzi, e trepidazione. Rachele Studer ne è un esempio. Evidente l’emozione sul viso, calatasi nel suo ruolo in un coinvolgimento totale.

Interni e esterni da immaginare e sui quali sognare, soprattutto quando camicie volano dall’alto accarezzando l’animo di Daisy, per poi farla ballare eccitata.

Il salotto, una camera al piano superiore ove diversi momenti si accavallano, anche ammirare un semplice tramonto, e un faro che sembra una stella.

L’angolo bar è ben fornito, per quel tintinnio di bicchieri nei quali l’alcool scorre per abusarne. I fuori scena sono spazi ben utilizzati e sfruttati, nonostante le piccole dimensioni del teatro.

Nello sfociare dei dialoghi, anche impetuosi, si desidera far emergere la verità, scoprire l’amore, e svelare segreti. Si denotano e si delineano i caratteri dei personaggi. Le donne aspirano a scappare per sempre alle angherie dei consorti.

Un arco di tempo di un giorno a Long Island per comprendere le vite dei personaggi, tra lavoro, feste e discorsi banali, i quali tra gelosie e infedeltà, terminando in tragedia. Inoltre, cercano di far emergere ciò che di falso l’amore insegue. L’adulterio.

Non è tanto importante la trama quanto come sono stati resi contenuti e concetti. All’accoglienza una sottile nebbia ci ha accolti per rievocare gli anni nebulosi del sogno americano.

L’accompagnamento musicale si intervalla alla recitazione, disseminando un ritmo moderno rispetto al contesto. Dietro un pannello ombre in movimento per identificare azioni inerenti le vicende narrate, e per un donare qualche particolare in più.

Ci si chiede se si può ripetere il passato. Si risponde che poche persone hanno un passato. Chissà se vecchi amori, circostanze e la vita stessa possano far ritorno come vogliamo, magari fingendo che vada tutto bene oppure mascherandosi dietro l’opportunità di vivere quel sogno raggiunto nuovamente.

Annalisa Civitelli

Assistente alla Regia, Caterina Taccone, Scenografia, Paolo Carbone (due volte Premio Cerami per Titus e Fight Club), Disegno Luci, Francesco Meliciani, Trucco e Costumi, Costanza Boncompagni.

 

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