Kvetch

Mi passi il sale, per favore?

Berkoff è magistrale nella costruzione di questa tragica commedia del malessere che non si dice. Prendete due persone, fatele sedere l’una di fronte all’altra, apparecchiate un pranzo o una cena perché possano condividere un buon motivo per essere dove sono e restate ad ascoltare. Ascoltate non la logica delle frasi che attraversano i loro dialoghi ma il borbottio dei loro silenzi.

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Dal 3 al 13 marzo al Teatro Cometa Off di Roma, la compagnia Barbaros, dopo Amore e Resti Umani di Brad Fraser e Fred’s Diner di Penelope Skinner, porta in scena, in collaborazione con Società per Attori, Kvetch, commedia grottesca dell’autore inglese Steven Berkoff, ulteriore incursione nella drammaturgia di matrice anglosassone e un altro tassello di un percorso di studio sui materiali drammatici nati negli anni Ottanta.

La scena è circondata da una lunga tenda di ciniglia sintetica. Un materiale povero e grigio, una plastica che sembra per bene, quasi da salotto; ma il suo posto è la macelleria. E’ il materiale di cui sono fatte tutte le presenze che calcano la scena di finto velluto, la moquettes.

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La suocera spassosa, la coppia scoppiata, il collega disilluso e il capo reparto ricordano i materiali che rivestono la scena, i quali anch’essi nascondono una doppia natura. L’esteriorità, maniacalmente curata, li fa sembrare persone adatte a sorridere in pubblico e a ben presentarsi, a vivere inseriti nella società del lavoro e del consumo, delle regole che sanciscono le relazioni che intessono con i propri compagni, mogli o mariti, ma la loro anima è sintetica, di ciniglia sintetica.

Berkoff è magistrale nella costruzione di questa tragica commedia del malessere che non si dice. Prendete due persone, fatele sedere l’una di fronte all’altra, apparecchiate un pranzo o una cena perché possano condividere un buon motivo per essere dove sono e restate ad ascoltare.

Ascoltate non la logica delle frasi che attraversano i loro dialoghi ma il borbottio dei loro silenzi.

“-to Kvetch”: è un luogo meticcio della lingua inglese e yiddish che definisce il concetto di lamentarsi, piagnucolare, spesso senza un motivo apparente. Berkoff dice: «Quante volte, quando parliamo con qualcuno, c’è nella nostra testa un dialogo che procede per conto suo…». Quel lamentio esplode forte, tra un mi passeresti il sale, per favore e un tua moglie è veramente spiritosa e il complice del kvetching è il pubblico, onnipresente ai pensieri dei personaggi e ai loro moti più intimi.

La regia di Bisordi è astuta e puntuale, gli attori sono strumenti ben accordati su un testo che sulla carta appare difficile da interpretare. La commedia ha un ritmo incalzante che ci accompagna con forza alla definitiva distruzione di un uomo, un impiegato, un british Fantozzi. Non riusciamo altresì ad affezionarci al destino della fedifraga consorte, una british Pina Fantozzi.

Pensando ad un aggettivo per questa versione di Kvetch della compagnia Barbaros, viene in mente: amabile. Come di tutte le cose amabili si farebbe scorpacciata, Kvetch è come una bottiglia di lambrusco aperta, lo si beve con immenso piacere e se ne esce con un’ubriacatura leggera, uno stordimento. Chissà se c’è stato un tempo in cui non era necessaria l’attività del kvetching.

Se volessimo sintetizzare la trama della commedia forse potrebbe bastare questo: E’ il 1986 e siamo in una città degli Stati Uniti d’America. Una coppia di ebrei borghesi invita a cena un ospite. A tavola siedono il padrone di casa, sua moglie, sua suocera e l’invitato. I bambini stanno di là, intenti a baloccarsi con un videogioco di ultima generazione.

Cosa può trasformare questa evento in un incubo? Una banalità come ad esempio la voglia di raccontare una barzelletta. Conclude il regista: «Kvetch è una commedia dove la psicologia, fortunatamente, non esiste più. Ciò che è nella testa di chi parla è esposto, liberato, esibito»

Tina Pica

Foto: Riccardo Freda

 

KVETCH

di Steven Berkoff

traduzione di Giuseppe Manfridi e Carlotta Clerici

regia Giacomo Bisordi

con Alessandro Averone (George), Daniele Biagini (Frank), Vincenzo Giordano (Hal), Cristina Poccardi (Donna) e la partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno nel ruolo de la Suocera

scene Paola Castrignanò, costumi Anna Missaglia, luci Marco D’Amelio,

assistente alla regia Cristina Mugnaini, effetti sonori Nuccia Studio,

voci registrate di Cristina Mugnaini e Serena De Siena

 

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