La storia di mezzo

Il pensiero che rende creativi

Mondi dentro altri si manifestano durante lo svolgersi della narrazione, fino al suo termine. Un viaggio personale dove riconoscersi e riconquistare la propria identità, per non frammentarla in tante altre, non rincorrere ciò che non si ha, e non si è raggiunto. La sconfitta dell’omologazione.

Come descrivere una performance che, se scomposta, conduce a storie fantastiche dentro delle altre? La visione de La storia di mezzo dona questa sensazione. Ci piace considerarlo uno spettacolo matrioska che accompagna dentro le irriverenti vicende della vita di oggi giorno, incastrate come un puzzle ben riuscito.

Già vincitore del Premio Thealtro 2012 (Teatro Araldo di Torino) come miglior testo originale e miglior spettacolo, ospitato al Teatro San Luigi Guanella di Roma, dall’8 al 10 aprile, vanta la regia di Gabriele Mazzucco che ne è anche l’autore.

Un marcato sguardo alla società ove adagiamo i nostri timori, i rapporti e il senso di evasione, evitandoli e fuggendoli, quindi non approfondendo. Ma nel girovagare, ci ritroviamo in mondi passati, che ci indicano la strada e la ricerca di ciò che ci appartiene veramente: le nostre identità.

Una casa, un salottino colorato, una coppia, una gatta e un pesce. Una sedia e uno sgabello sul lato sinistro del palco, un divanetto e un tavolino verde al centro, un attaccapanni e un comò all’altro lato. Sullo sfondo un pannello di legno dipinto, con una finestra che si apre.

Questo lo scenario in cui Simone, interpretato da Luca Restagno, tenta il suicidio dopo il suo licenziamento: in piedi sulla sedia prova a impiccarsi. Non riuscendo nell’intento, pensa che un passaverdura e una grattugia possano risolvere il suo problema, come anche affogare la testa nell’ampolla del pesce. Ma soprattutto tenta di buttarsi dalla finestra.

Da qui si dipanano le situazioni che invitano il pubblico a riflettere e a prendere confidenza con la performance dalla dimensione fumettistica in 3D. Si materializzano gli animali domestici con il dono della parola e altri soggetti. Infine, riuscendo a farsi avvolgere dall’assoluta e spiazzante parodia, il regista ci mette di fronte alle innumerevoli dinamiche attuali.

Il cast non sembra però ben amalgamato. Lascia alla performance qualche piccolo strascico e difetto di ritmo e di energie giuste (la prima incute sempre ansia), peccando in fluidità. Malgrado ciò il divertimento è insito e la sintonia giusta può sicuramente creare più slancio.

Molti gli argomenti considerati. Diatribe tra marito e moglie, i non dialoghi e quindi non volersi comprendere fino in fondo, pensando che nella vita non manchi nulla; la gatta e il pesce rivendicano le loro posizioni (adottati, sono in comunione dei beni); i sogni da rincorrere e da riconquistare; il consumismo rincorso per non rimanere indietro; le insicurezze; i paradossi.

Non si sa se il protagonista sia vivo o morto. Sta di fatto che nel suo viaggio dialoga con personaggi appartenenti ad altre ere per cercare risposte alle sue incertezze, e ritrovare la sua strada, accompagnato per mano da chi si palesa a lui. Cleopatra e Nino, materializzandosi, sono buoni interlocutori e gli attori che li interpretano svolgono il ruolo alla perfezione.

All’interno del mondo western, per esempio, nella guerra tra cow boy e indiani, il dialetto pugliese e incomprensibile richiede la traduzione, mentre invece il disturbo recato agli indiani è visto come l’invasione al proprio territorio. Riportata ai giorni nostri è un netto richiamo agli emigranti che vivono nei Paesi dove approdano, vivendo senza permesso di soggiorno.

Scketch di puro sarcasmo, anticipa i successivi, sempre pungenti: per noia si cerca di far ridere il Re in epoca medioevale, e un ritorno agli anni ’70 alla ricerca del benessere fisico tramite lo yoga. Si fanno accomodare i ladri in casa dialogandoci; inoltre, il portiere Amato riesce sempre a interpretare ogni situazione, capovolgendone la visione.

Sul palco Federica Orru’ è la moglie di Simone, Maria; Chiara Fiorelli è la gatta Cleopatra, Andrea Alesio è il pesce Nino, mentre Paola Raciti e Luigi Pennino sono i ladri; Amato, il portiere, Tex Willer e il Conte sono interpretati da Gigi Palla, Armando Sanna, Angie e il Re sono ruoli nei quali si muovono con dimestichezza; la Signora Leandri, invece,  è solo nominata.

Storie dentro storie, dunque, in cui ogni significato plausibile va oltre il tempo stesso. Nel momento in cui si sconfigge la sensazione di non essere all’altezza, la necessità di provare per cambiare emerge. Non abbandonando ciò che piace fare, perché le cose rimosse sono imprevedibili, e vengono fuori quando meno ce lo aspettiamo. Lì riconosciamo quanto possiamo valere.

Di pari passo allo spettacolo viaggia il testo impaginato con le illustrazioni di Sandra Di Coste, ispirate ad alcune situazioni de La storia di mezzo. Di pagine 103, edizioni Orizzontedeglieventi, è di facile lettura e ci fa comprendere il lavoro precedente alla messa in scena dell’opera teatrale, dalla quale l’idea forte e vincente sarebbe di farne un libro fumettistico o un corto animato in 3D.

Annalisa Civitelli

12901498_999234456823166_2319838672773029250_o

 

 

Licenza Creative Commons

Quest’ opera di

https://brainstormingculturale.wordpress.com/
è concesso in licenza sotto la
Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported

Based on a work at brainstormingculturale.wordpress.com