Mind the gap 2.0 – Waiting for a happy end

Metaforicamente, la metro

La contraddizione dei sentimenti spinge verso la fine della vita. A volte, un impedimento inatteso frena. Si rimane immobili di fronte il senso di inutilità, il quale stringe le corde delle proprie possibilità da varcare. Se non ci si crede, oltre non si calpesta neanche l’erba.

Questione di vita, questione di morte, questione di impulso. Eliminarsi, per chi? Rubare al mondo e agli affetti la propria personalità, è questione di morale, soprattutto per se stessi.

Ancora una volta tempestività. Battere il tempo della riflessività. Ponderare il momento in cui incontrare il buio per avvicinarsi a Dio. Che fare? Lasciarsi andare? Lasciarsi cadere? Volare dal filo dell’instabile equilibrio, a volte. Le ali lo mantengono vivo.

Perché fissiamo il controllo? Perché non ce ne liberiamo?

Ancora una volta Mind the gap, ma 2.0, la versione aggiornata dei nostri tempi, rispetto la precedente in scena al Teatro dei Documenti esattamente un anno fa.

L’idea originale della regista Paola Tarantino finalmente, per circostanze incastratesi nell’arco del percorso lavorativo, ha trovato linfa al Nuovo Cinema Palazzo a Roma, il 4 e 5 febbraio.

Spettacolo vincitore del bando di produzione-residenza MOLODOJ del Nuovo Cinema Palazzo, selezionato al Festival MAD PRIDE di Torino, con il progetto fotografico vincitore del Premio Adrenalina, menzione speciale IPA (International Photography Awards), Mind the gap 2.0 vanta del patrocinio dell’Istituto di Cultura e Lingua Russa e la partnership dell’SPS (servizio prevenzione al suicidio).

Suicidio. Scioccante. Non riguarda solo il mondo degli adulti. E’ la tematica che alcune personalità dell’arte degli ultimi tempi, individuate dall’autrice, ci aiutano a comprendere.

Diletta Acquaviva, Sarah Kane, Carolina Cametti, Sylvia Plath, Gianluca Enria, Mark Rothko, Claudio Losavio, Alfred Jarry, Riccardo Pumpo, Abdallah Bentaga, personaggio tratto dal Il funambolo di Jean Genet, e Emanuela Valiante, Marina Ivanovna Cvetaeva, sono dunque in scena.

L’interessante anteprima riservata al pubblico pervenuto è un percorso itinerante, perché la location lo permette. I personaggi di Mind the gap 2.0 si presentano ognuno con le proprie caratteristiche.

Alfred Jarry ci indica la via con una torcia, Sarah Kane delizia con il gioco delle sue mani, Sylvia Plath, dentro un ballo concitato si dimena smodatamente, Abdallah Bentaga è seduto nel suo camerino, di fronte a uno specchio e i suoi trucchi, Marina Ivanovna Cvetaeva ci parla di lei, e Mark Rothko conduce al prologo.

Grazie alla tecnica del video mapping, una serie di proiezioni si è propagata nell’ambiente ampio e circolare. Una tecnologia moderna usata per trasformare oggetti, spesso forme irregolari, dentro uno schermo per video proiezioni. Risultato di forti sinergie e di una comunicazione di gruppo nel quale convergono menti creative, e nuovi linguaggi per accomunare le arti.

Si passa all’interno di un vagone della metro, suggestivo inebriarsi del verde delle immagini, come ombre cinesi hanno volato sullo schermo bianco. Rotolare su un vasto prato e le passeggiate distinguono una dimensione neutra, ove le anime sono solo loro stesse. Senso di libertà.

Gli elementi di scena sono minimali. Lo Yo-yo, bolle di sapone, un borsone, una radio. Agli altri le loro menti. Nascono confidenze e fiducia. Mettersi in contatto mediante domande e risposte. Come risolversi. Esiste un come?

Il moto orizzontale equilibra e accompagna anche le movenze verticali. Nulla è sbilanciato sulle gradinate del tempo ove si attende di compiere l’azione programmata. L’istante. Quello giusto va ricercato. La scelta di esistere è decidere nel tempo.

Stati d’animo incalzanti sconfinano con urla e l’agitazione si frappone all’indugio. Carolina Cametti nel ruolo di Sylvia Plath, fra urla e espressioni del volto manifesta una buona isteria. Riccardo Pumpo, Abdallah Bentaga, serafico, infonde calma. Buona la camminata in equilibrio sul binario della metro. Si ferma, il suo sguardo è sgomento e dilatato.  Emanuela Valiante, Marina Ivanovna Cvetaeva, indossa un peso. Il suo borsone. Raffinata, e elegante crede nell’amore.

Buone, dunque, le doti attoriali di ognuno, per quanto avrebbero potuto spingere di più con le voci, con toni più incalzanti, impetuosi e acuti. Di certo l’ambiente non è stato abbastanza d’aiuto, ma il lavoro di gruppo e di sinergie hanno reso l’insieme appagante e ben fatto.

L’uso delle luci è discreto. La semioscurità ha generato un’atmosfera stimolante, e l’immobilità degli attori evocato quadri o fotografie statiche. Ottimo il finale. Fari puntati sul pubblico, davanti a noi l’illuminazione abbaglia. Nero sugli attori. Il rapporto intimo con l’universale si palesa.

L’arte dispensata a eredi e a successori, è parola della sofferenza che scaturisce e urla in scrittura, in pittura, in colori, in poesia, in esperimenti. A noi non ci resta che attendere le prossime tappe dei sei personaggi, per chiarire questioni irrisolte, le quali, forse, ci aiuteranno a sopportare meglio il mondo contorto delle incomprensioni.

Annalisa Civitelli

 

Video Maker Pasquale Marino, video Mapper Marcello Mazzocco, luci Javier Alberto Delle Monache, progetto Grafico Diego Zura Puntaroni, producer Elisa Puma, progetto fotografico Laura Isaia, aiuto regia Elisa Menchicchi

Parte del biglietto è stato devoluto al SPS, Centro Prevenzioni Suicidi dell’università “La Sapienza”. www.prevenireilsuicidio.it 

 

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