Monsieur Malaussène (Parlo con te)

L’anima si racconta

Per una volta vorrei appartenere al genere umano, vorrei essere una voce. Un’identità. Una costante ricerca di sicurezza, di amore, di attenzioni. Sé stessi, il proprio ruolo, nella società e in famiglia. L’appartenenza ad essa, la stramba tribù, in cui si nascerà e si vivrà.

Viscerale energia scaturisce dall’anima dell’attore che non può ne scindere ne fuggire dai personaggi interpretati. Insiti in lui. Un monologo vibrante e mai fermo grazie alla modulazione della voce, alle continue variazioni di ritmo, mantenute alte, in cui stati d’animo, emozioni, ironia e dirompenza creano giochi di ruolo mediante la dizione.

Intercalari studiati per ogni figura interpretata, descritta per carattere e ambiente di appartenenza. Una famiglia numerosa. Zii, nonna, fratelli, sorelle, un cane. Il medico, il chirurgo.

Il testo recitato è fedele, nulla è stato variato. Denso di poesia è respiro di fronte a un bimbo in arrivo. Il preambolo è preistoria sulle ore precedenti il suo primo vagito.

Paolo Scannavino, diretto da Laura Donzella, introduce il pubblico nel mondo di Monsieur Malaussène, esattamente Benjamin Malaussène. Una rielaborazione del testo originale di Daniel Pennac, Signor Malaussène a teatro, tratto dal volume Ultime notizie dalla famiglia. L’attore rientra in versione classica a teatro, e non come clown e uomo palloncino, estensione del suo percorso artistico.

Monsieur Malaussène (Parlo con te), al Teatro Testaccio di Roma, dal 12 al 17 gennaio, presentato dalla Compagnia Endaxi, fondata nel 2000 da Scannavino e Laura Donzella, registi, attori e clown dal ’94, è uno spettacolo sorprendente.

Ci viene presentato un uomo, semplice e ingenuo nel suo genere, il quale con un’andatura a papera, come se incinta fosse anche lui, si immedesima con la moglie Julie nel suo percorso di maternità. Un quadro, senza fronzoli, sul quale un padre dipinge al feto il mondo nel quale vivrà e farà.

Sulle speranze e sui sogni scaturisce l’amore. Perché è nascita e sofferenza, perché tenere duro vuol dire vivere, perché parlare del mondo al feto in pancia, di ciò che farà e vivrà, è voce e coraggio. Senza maschera alcuna. Incolpandosi anche della perdita del figlio. Perché non dipende dal padre, ma dall’entità astratta che denominiamo Dio.

Ma la voglia di vita del bimbo da una donna passa a un’altra per il suo compimento. Si nasce per non perdere. Si nasce pur nelle difficoltà. Si nasce perché lo si vuole, per correre verso il grande amore e far girare il mondo sotto ai propri piedi.

Il personaggio dentro l’attore. L’anima. E’ sua la parte. Calza.

Flusso liberato e scatenante il fascino poetico del sesso reso sublime, di quella follia, di quell’impeto, di quel desiderio, di quel volersi, perdendosi nei corpi dell’uno e dell’altra. Quella voglia che unisce due entità dentro la poetica densa e irrefrenabile, desiderio impetuoso di due anime che si prenderanno cura dell’uno e dell’altra.

Perdendosi, confondendosi e ubriacandosi, respirandosi ognuno nei reciproci corpi, navigandoli.

Un mondo in un altro mondo. Emozioni, stati d’animo, vicissitudini e aneddoti si intersecano nei silenzi goduti. Si soffre, si ride. Ci si chiede se è giusto fare figli nel mondo in cui viviamo. Si chiede al figlio se vuole davvero uscire dal grembo materno. Ci si interroga sul volto, su come sarà alla nascita, su che tipo di gravidanza Julie vive, sul nome da dare. Vita dentro vite.

Come è bella una donna quando ti fa l’onore di essere in due.

Come non si fa a rimanere spiazzati ascoltando dolci versi, recitati con fulgore, angoscia, dolore, lacrime e appartenenza?

Perché la presenza è tutto, si condivide. Un senso di vertigine arriva immediato, e si fa preda, nonostante i movimenti sul palco siano ridotti dal poco spazio. Di certo ci vorrebbe un altro tipo di palco per cadenzare meglio movenze e mimiche.

La scenografia minimale, scelta di 5 sedie differenti, l’abbiamo apprezzata per rappresentare 5 circostanze diverse, e 5 luoghi, ove i personaggi sostano. Il tutto sostenuto dal gioco delle luci, il quale prende forma e entra in scena in modo articolato. Ogni faro si accende sulle figure interpretate dando loro risalto.

Un esempio di poesia per perdersi, riflettere e pensare che dall’altra parte del muro, la protezione della pancia materna, tutto può avere un senso e tutto può essere sconfitto, paure comprese.

Annalisa Civitelli

 

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