Otto mondi alla rinfusa – Guest star edition

Le intime parti dell’io: il dono dei ricordi 

Rappresentazione evolutiva dell’improvvisazione teatrale, rispetto ai precedenti spettacoli ai cui abbiamo assistito. Il mondo a colori fluisce con i ricordi e la condivisione in sala, tra attori e pubblico. La morale emerge nel momento in cui si vogliono cambiare le cose con determinazione

Otto mondi alla rinfusa, presentato da T(i)LT – Trama Libera Tutti, ha visto protagonisti Pierpaolo Buzza, Federica Forbicioni e Marco Masi alle prese con un nuovo lavoro teatrale. Al Teatro Antigone di Roma per quattro repliche, dal 7 al 10 aprile, la diversità ha dato spunto a storie fantastiche.

Ogni sera un ospite: Susanna Cantelmo, Tiziano Storti, Fulvio Maura e Simona Pettinari, i quali hanno viaggiato con i colleghi e fatto entrare il pubblico nelle loro suggestioni, accompagnati da Valerio Passi alla chitarra e Andrea Torti alla tastiera.

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L’improvvisazione, si sa, scaturisce dalla fantasia che smuove mondi e tocca corde interne, liberandoci da false costrizioni. Ci sarebbe piaciuto assistere a ogni appuntamento, ma l’idea di scoprire qualcosa di nuovo il sabato sera ci ha animato.

Un’esibizione leggermente più complicata da capire, nella quale si entra con curiosità e concedendoci tempo. Tratteggiando ricordi personali, sia degli attori sia di alcune persone del pubblico, si fa della condivisione un esperimento riuscito.

Senza timore di esporsi e raccontarsi, ognuno dei performers riporta un momento emblematico della sua vita. Gli oggetti che vediamo in scena, già disposti precedentemente, non a caso sono in rappresentanza dei loro ricordi. Uno scambio che i quattro attori ricercano con il pubblico, ottenendone stimoli necessari per le improvvisazioni.

Pierpaolo Buzza racconta della partita di calcio Roma-Fiorentina (1988) mostrandoci il biglietto; era la prima volta che andava con il papà. L’evento lo lega al genitore. Fulvio Maura narra di tradizioni e della sua infanzia, descrivendo il sentiero nel bosco, che le nonne percorrevano con i nipoti per andare a prendere l’acqua. Il contatto con essa lo collega a quello con la natura.

Federica Forbicioni racconta della sua rosa, unico simbolo che la lega a un evento stravagante per opera del fidanzato di tempo fa. La sorpresa ricevuta. Marco Masi, infine, e il suo mostriciattolo gigante, ci espone l’aneddoto: partecipando a un contest ha vinto Weng. Il suo feticcio.

Ognuno pone la sua domanda al pubblico con ordine: “C’è stato un momento della vostra vita che vi ha legato a qualcuno?; C’è un episodio che vi lega alla natura?”; “Una sorpresa fatta o ricevuta?”; “Avete un feticcio o una reliquia che mostrate con orgoglio?”.

Così chi decide di palesarsi, si confessa. Primo: ciò che nella memoria sarà impresso per sempre, l’avvenimento della nascita, dal quale Pierpaolo estrapola “piccolo miracolo”; secondo: il terrore per le api e una corsa rapida giù per la montagna per fuggirle, e Fulvio ne trae lo spunto “correvo come uno psicopatico”; terzo: riguarda una cena a sorpresa stile anni ’30, e Federica si fa ispirare da “baffi e cappello”; quarto: l’autografo di un noto cantautore che vive ancora indelebile, e Marco si ispira alla prima parte del titolo della canzone preferita,  Mille giorni (di te e di me).

Questa l’anteprima. Su dei cartoncini colorati (verde, arancione, rosso e blue) gli attori scrivono i titoli, e appesi sullo sfondo della sala permangono tutto il tempo dell’esibizione. A ognuno la sua fusciacca, sempre colorate (gialla, rossa, arancione e blue). Invertendo i ruoli iniziali, gli attori si scambiano le storie, e le avventure del mondo fantastico si dipanano.

Il pubblico inebriato dalle azioni degli improvvisatori si lascia portare per mano da quattro ragazzi quali odiano lo sport e tutto ciò che è salutare. Dentro un parrucchiere incontriamo lui e lei all’insegna di tagli improponibili che fanno fuggire tutti, e le onomatopee arricchiscono i dialoghi divertendo. L’amore, poi. Una coppia si separa per lavoro per un lasso di tempo indefinito, ma lei ritorna da lui. Per chiudere, una mamma chiede il miracolo a Maria per far trovare lavoro al figlio nullafacente.

Il fluire si manifesta lasciando impronte di sano divertimento e puri paradossi. I colori seguono l’andamento: le fusciacche vengono indossate diversamente a seconda della situazione del momento. Attraverso le tecniche dell’improvvisazione, mediante le transizioni, con un elemento e il suo percorso ci si aggancia a una precedente vicenda.

Molte altre vengono adottate in corso d’opera: il freeze (sfruttare l’immobilità della posizione in cui si è in un istante preciso) mentre la scena è portata avanti da altri compagni, o continuare a parlare in secondo piano (in playback) mentre altri proseguono l’azione, facendo vivere il momento sotto altri aspetti, recitando.

Tutto è capovolto, ma la morale compie il suo dovere nel momento in cui si riconosce di voler dare al mondo tutto ciò che si è tolto, anche restituire i capelli; ritornare ad essere sportivi assecondando il cambiamento con speranza; riconoscere l’amore, rinunciando al proprio lavoro; imparare a dire ciò che si pensa a parole, non tramite chat; sopportare la sofferenza e molto altro.

La fine è un insieme di monologhi che mano a mano si sovrappongono per un insieme di voci all’unisono. Si staccano i cartelli colorati inerenti alle storie improvvisate, e le luci si spengono. Anche questo Otto mondi alla rinfusa ha saputo donarci sorrisi e farci rientrare nel mondo con energie diverse e propositive.

Annalisa Civitelli

Foto: Mauro Colappicchioni

 

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