Piccole donne

Candore e finezza letteraria

La nostra infanzia dalle pagine a teatro. Un decennio che accompagna le virtù e le personalità di quattro giovani donne. Determinazione, dolcezza, altruismo e irriverenza sono contenitori particolari. Ma l’arte è il collante che le tiene unite.

Chi di noi ragazze non ha mai letto Piccole Donne? Quel piccolo grande mondo nel quale, grazie alla penna di Louisa May Alcott, le quattro sorelle March, Meg, Jo, Beth e Amy vivono e respirano. Piccole Donne, ovvero la storia di Meg, Jo, Beth e Amy al Teatro Porta Portese di Roma è stato presentato dalla Compagnia degli Indie, dal 10 al 13 febbraio. Scritto e diretto da Michele Di Francesco, vede in scena le dirompenti Cristiana Mecozzi, Aurora Di Gioia, Chiara Alopo, e Viola Zanotti, rispettivamente Josephine, Margaret, Elizabeth e Amanda. Diana Iaconetti, Daria Mariotti, Marco Cremoncini, Marco Martino, Giorgio Squilloni, e Massimo Folgori, sono invece Margaret Curtis March, la mamma, zia March, Robert March, il papà, Theodore Laurence, soprannominato Laurie, il Sig. Brooke e il Prof. Bhaer.

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E’ il 1860. Lo sfondo è la guerra di Secessione americana, il Nord e il Sud si contendono, e per la piccola cittadina di Concorde è un’eco. I ricordi di bimbe riaffiorano un po’ annebbiati. I caratteri delle quattro sorelle si palesano e prendono il loro spazio in memoria.

Jo, forte, apparentemente sicura. Lettrice accanita, fervida penna, e l’immagine di lei che prende forma in soffitta, con il suo libro e sempre in compagnia di una mela. Meg, materna e serafica, Beth, timida, altruista, dolce e amante della musica, suona il pianoforte, e Amy, capricciosa e dispettosa, ama disegnare. Da grande, più aggraziata, subisce una trasformazione elegante e composta.

Le sorelle March vivono il primo Natale in assenza del padre, in quanto al fronte. Sole con la madre, nella loro casa si vedono ad affrontare le difficoltà della vita senza uomini, a farsi forza insieme, e sdrammatizzare sui loro stati d’animo. Preoccupazioni, gioia, trepidazione, dolore, comprensione, coraggio, perdono, confidenze, innamoramenti, battibecchi, e riconoscimenti, si mescolano senza intralcio alcuno.

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Piccoli quadri scorrono sul palco. Coadiuvano il pubblico a carpire i momenti essenziali, suggestioni sullo scorrere dell’esistenza di Jo, Meg, Beth e Amy. Tutte le azioni si svolgono nel salotto di casa March. Una sola stanza, quindi, la quale, arredata in stile ‘800, vanta la scelta di Rocco e Gianni Di Francesco.

Ci si dimena tra un divanetto e due poltroncine color rosa antico, un piccolo scrittoio, un pianoforte e un camino. Alla finestra si sogna e si scruta la casa dei vicini. La minuziosa scelta degli abiti, a cura di Vize Ruffo, Associazione Italiana Scenografi Costumisti Arredatori in Cinecittà Studios, e di Angela Masciello, denota una ricerca stilistica assai ardita. Ci si muove dentro con destrezza, malgrado il poco spazio.

_DSC1730Possiamo considerare il livello di recitazione buono e alla portata di ogni personaggio rappresentato. Esso si sviluppa su due piani, quello femminile e quello maschile. Ciò che abbiamo trovato idoneo e contrastante allo stesso tempo è stata la portata dell’espressività di ognuno. Gli attori, malgrado la buona volontà, non sono stati all’altezza del timbro per il loro livello amatoriale, soprattutto Marco Cremoncini.

Le attrici hanno dimostrato maggior vigore. Cristiana Mecozzi, Jo, ha calibrato voce e temperamento in modo preciso e costante, senza mai perdere la concentrazione. Daria Mariotti, la zia March, ci è apparsa la più impetuosa e rigida, grazie alla sua dizione autoritaria.

Mentre invece, Aurora Di Gioia, Margaret, Chiara Alopo, Elizabeth, e Viola Zanotti, Amanda, anche se dapprima giovani e successivamente più mature, tra alti e bassi non hanno ben mantenuto un’intonazione chiara e precisa. Infine l’inflessione di Diana Iaconetti, Margaret, ci ha convinto a tratti, seppure la sua parte fosse di premura e protezione verso le figlie.

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Interessante il gioco di luci mediante il quale si è valorizzata la penombra, anche per concentrare e movimentare la scena rilegandola all’angolo destro del palco, per un tocco fine di intimità e di caratterizzazione. Mentre le varie vicissitudini portano le ragazze a trovare i propri confini e le relative strade fino ad affermarsi ognuna con sé stessa, secondo i propri desideri.

Beth purtroppo, affetta da scarlattina, muore. Jo, dopo aver vissuto a NY, affermandosi come scrittrice di racconti per i quotidiani, scrive un romanzo. Incontra il Prof. Baher, tedesco e insegnante di filosofia, del quale si innamora. Egli la raggiunge a Concorde il giorno delle nozze di Amy e di Laurie, innamorati dopo un trascorso gaio di giovinezza e fanciullezza.

_DSC1725La zia March emigra in Europa e lascia in eredità la sua casa alla nipote Jo, la quale, felice di ricevere l’intera biblioteca, apre un collegio. Meg, invece, sposa John Brooke. Sin dal primo incontro spasimanti, avranno due bimbi, Demijohn (Demi) e Margaret (Daisy).

Non sappiamo quanto di quei tempi possiamo estrapolare. Ma di certo, forse, ricominciare a essere più sinceri e puri verso l’amore, e magari re-imparare a scrivere senza perdere traccia di noi stessi e degli altri che fanno parte di noi.

Annalisa Civitelli

Foto: Sergio Battista

     

 

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