Siamo tutti buoni

Immigrazione, pregiudizio e sotterfugi nei sobborghi capitolini tra facili guadagni e vecchi copertoni.

Dal 1 al 13 marzo, in prima assoluta nazionale al Teatro dell’Orologio di Roma, la commedia in due atti scritta e diretta da Andrea Bizzarri e portata in scena dalla Readarto Officine Artistiche getta una luce sulla dura realtà delle periferie romane coniugando ironia, amarezza e solitudine.

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Che cosa succede quando cinque uomini, diversi tra loro per età, professione e visioni esistenziali incontrano una donna rumena, sola, senza permesso di soggiorno e in cerca di aiuto? E cosa succede a questa donna in mano a cinque individui che pensano unicamente ai propri interessi? E’ lo spunto da cui parte la commedia di Andrea Bizzarri Siamo tutti buoni, opera che già nel titolo è foriera di una smentita categorica e inevitabile cui assistiamo battuta dopo battuta.

In un garage che funge da casa, da ufficio e da rifugio segreto per immigrati clandestini operano in maniera occulta uomini senza scrupoli che speculano sui più deboli, persone a metà strada tra teppisti di zona e furbetti del quartierino, che vivono, o meglio sopravvivono, in una Babele italo – roman – rumeno – pugliese per mezzo di espedienti, di subdoli stratagemmi e piccoli grandi ricatti.

_DSC1902Antonio Conte interpreta egregiamente don Vincenzo, buttafuori di una sala di videopoker che non esita a farsi amico chi ricopre posizioni di prestigio nei settori più disparati per farsi tirare fuori dai guai; suo figlio Walter, interpretato da Riccardo Giacomini, pieno di pregiudizi nei confronti degli stranieri, tenterà di riscattare il suo carattere di giovane pigro e debosciato con un colpo di scena finale; Guido Goitre e Valerio Di Tella sono rispettivamente Ivano e Tonio, fedeli scagnozzi di don Vincenzo, emblema di una vis comica tra il ridicolo e il sarcastico. Infine, la più che convincente attrice italo-inglese Alida Sacoor è Elèna, giovane clandestina di origini rumene. Unica donna in scena, il suo personaggio si barcamena tra un lavoro e l’altro con la paura di essere scoperta e quindi rimpatriata. Non poteva mancare Sevastian, fidanzato della ragazza interpretato da Matteo Montaperto, il cui arrivo sconvolgerà definitivamente gli equilibri già precari del gruppo.

Il messaggio che arriva allo spettatore è abbastanza chiaro sin dalle prime battute: nessuno si salva da solo, ma il senso di solidarietà e di mutua assistenza, intesa come prerogativa tipicamente umana non trovano spazio in un mondo dominato dal pregiudizio, dall’ideologia, dalla devozione sterile a qualche santo in Paradiso, sicuramente più utile alla carne che non allo spirito.

_DSC1907C’è bisogno, allora, di farsi lupi tra gli agnelli, di opprimere, annullare, di speculare sulle sofferenze altrui, consapevoli del fatto che chi è più fragile dovrà sottostare al compromesso della supremazia di chi è più furbo se non vuole soccombere definitivamente, rinunciando così ad un piccolo ma indispensabile posto nel mondo.

Il vigore di questo messaggio emerge sin dalle prime battute del testo, recitato in maniera cruda e diretta, senza mezzi termini, con un linguaggio duro che lascia poco spazio all’immaginazione, alla comicità e al sorriso, se non per qualche attimo; la scenografia, curata da Sandro Ippolito, rinforza ed incornicia perfettamente la performance attoriale e crea la giusta atmosfera attraverso un’accurata ottimizzazione degli spazi, contestualizzando e valorizzando al meglio le azioni dei protagonisti.

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Anche la musica è coerente con la narrazione, assolvendo al compito di colonna sonora tra il nostalgico e il grottesco: pochi brani, quasi tutti dei Ricchi e Poveri, un ulteriore veicolo di stereotipo socio – culturale, inevitabile associazione del repertorio musicale italiano con i paesi dell’Europa dell’Est. Ottima anche la scelta dei costumi, funzionali all’ambiente di scena e perfettamente aderenti al profilo psicologico dei personaggi.

Andrea Bizzarri riesce a descrivere, in circa novanta minuti di spettacolo, una realtà sotterranea, buia e grigia come le pareti di quel garage dove si incrociano le vite di sei individui, vittime e carnefici allo stesso tempo di un mondo dove vige la legge del più forte.

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L’istinto di sopravvivenza è mediato dalla logica del profitto, dalla meschinità e dall’inganno intesi come catalizzatori dell’individualismo più sfrenato e senza scrupoli. Chiediamoci: chi di noi non avrebbe fatto altrettanto? Forse nessuno può dirsi realmente esente da colpe nel determinare o meno il successo del nostro prossimo; mors tua, vita mea, citava il detto.

Ma anche non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. E allora, ogni tanto, riusciamo a sentire la flebile voce della coscienza che ci mette davanti ai nostri errori, e forse, per un attimo, prova a farci redimere e rimediare ai torti inflitti agli altri. In fondo siamo tutti buoni. Oppure no?

Elena D’Elia

Foto: Sergio Battista

 

 

 

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