Ti maledico, mio dolcissimo amore

Passerotto smarrito, uccello rapace

Punk, rock, pop e noir riempiono la scena scarna del Teatro Studio Uno di Roma. Ti maledico – mio dolcissimo amore, di e con Paola Tarantino, porta in scena la molteplicità di un Io cresciuto fra disagi, costrizioni, buoni propositi e scarsi risultati. Ma con quali intenzioni drammaturgiche e quale esito?

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Buio.

Luce.

Non c’è gabbia, non c’è nido. Almeno così sembra.

Due enormi ali nere, come lo spazio circostante, lasciano intravedere una figura di donna. Vestita di pelle e sguardo irriverente: quella che si presenta come un uccellino smarrito si impone presto come un esemplare di volatile rapace del tutto aggressivo.

Plausibilmente salvata da un tale Henry Lee, ne sembra dapprima vittima poiché il vuoto circostante e il fondale di lavagna, solcato da molte scritte e segni rosso sangue, sembrano denotare l’interno di un’angusta cella.

È così che lo spazio vuoto e cupo dello Studio Uno diviene una gabbia perfetta per l’uccellino smarrito.

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Ed è qui che il passerotto indifeso diviene feroce, nella molteplicità di quell’essere che la protagonista rappresenta. La gabbia – tracciata idealmente intorno – è però talmente efficace da rendere difficile, a volte, quell’auspicata prossimità tra l’interprete e il suo pubblico. Soprattutto, non permettere, se non alla fine, di avvicinarsi a lei e a quella presenza, sempre nominata ma mai mostrata, che è Henry Lee. Un compagno, un nemico, una preda? Forse tutte queste cose insieme in una presenza assente della quale forse non si comprende a pieno il ruolo.

Le intenzioni drammaturgiche risultano a tratti come offuscate, confuse, sebbene ricche di numerosi spunti e momenti: l’Io drammatico sembra scindersi in più ruoli senza concederci, però, di approfondirne e conoscerne bene alcuno.

La linea è spezzata, percorre più sentieri: reclusione, debolezza, lotta, disagio, desideri futuri misti a ricordi del passato. Qui si impone con forza, a metà spettacolo, anche il ricordo dello psicodramma familiare vissuto dalla protagonista. Forse le origini di chi è ora o di chi sta cercando di essere, mentre tenta di trovare la sua persona, l’altra metà, quella con la spigliatezza e la luminosità di chi porta i pantaloni argentati.

Forse è Henry Lee. Ma chi è Henry Lee? La domanda rimane sospesa.

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Spesso si ha l’impressione che vittima e carnefice si sovrappongano. Il dramma forse è tutto qui. Chi siamo, chi potremmo e chi vorremmo essere è e sarà sempre influenzato dagli altri, se non addirittura imposto.

Ma chi è allora la protagonista?

Per tutto il monologo, è come se si passasse da un passerotto a un’aquila, in un movimento a intermittenza come un battito d’ali senza fine che fa di un personaggio il molteplice e viceversa, senza che si attraversi però fino in fondo la linea diretta del racconto.

Le suggestioni sono di certo forti, pur rimanendo tuttavia poco tangibili, ma toccarle probabilmente non servirebbe affatto. Meglio sarebbe forse assumere uno sguardo più aperto per cogliere l’effettiva severità e la ferocia del monologo mista alla dolcezza di quel docile e al contempo crudele passerotto smarrito, divenuto rapace.

Gertrude Cestiè

Foto: Laura Isaia

 

 

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