Io rifiuto

L’arte della sopravvivenza

La figura paterna viene messa in discussione nella rappresentazione a sfondo sociale. “L’uomo fa l’uomo, la donna fa la donna”; i sogni rubati segnano l’evoluzione della crescita; il privato si urla in piazza, mentre per le cose che dovrebbero essere dette, c’è l’omertà, e la ballerina si fa in cielo

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All’Ar.Ma Teatro di Roma dal 13 al 22 gennaio, dal giovedì alla domenica, Francesca Romana Miceli Picardi ha di nuovo sorpreso il suo pubblico con la sua fervida penna. Io rifiuto, infatti, conferma il talento dell’autrice-regista, che ci porta a osservare e contestualizzare uno spaccato del nostro Sud.

In una discarica, questa l’ambientazione in cui si svolge l’azione, due ragazze, Carmela (Marina Cappellini) e Carolina (Manola Rotunno), si conoscono casualmente. Sono morte. Nel Regno dei Cieli, dunque, è espresso tutto il marciume che le due protagoniste sputano fuori: perché ribelli nei confronti delle loro famiglie, e perché, nonostante la semplicità e l’ingenuità che contraddistingue Carmela, non si perde mai di vista la realtà.

La mafia è il sottofondo amaro: o le appartieni o ti fanno fuori, togliendoti il respiro. I padri padroni comandano, uccidono, danno calci e pugni, violentano, prevaricano su qualsiasi altra decisione non sia la loro. Il gioco crudo e al contempo poetico che la Miceli adotta è ardito: due personalità a confronto, all’interno di un ambiente che puzza, dove si buttano i rifiuti, appunto, ma dove, oltre gli scarti si trovano elementi che donano tocchi nostalgici.

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Un rotolo di carta igienica per scrivere la lista dei sogni, una bicicletta per ripercorrere lo status dell’infanzia rubata, un pallone, un wc usato come sedia, e un sentire che convoglia i ricordi di scuola e le atmosfere semplici di chiudersi nella propria camera e lasciare i cassetti aperti, per non far più uscire i sogni da lì.

Il napoletano verace che la Rotunno sviscera le dona estrema libertà nell’esprimersi, oltre che cadenzare l’intera pièce. La gamma vocale è una vera esplosione di un sentire profondo e di credenze ancorate nel suo essere: ribelle, energica e combattiva verso un linguaggio e un modo di vivere che non le appartiene; il suo sembrare un “maschiaccio” si confronta e si contrappone con la delicatezza della Cappellini, più timida e introversa.

Carolina è l’eroina, con gli occhiali e una busta rossa al collo come un mantello, interpreta sé stessa e imita il padre mostrando i suoi due profili; con le pinne ai piedi assume le sembianze di un fumetto. Carmela voleva, invece, scavare l’animo umano, anche se non è mai stata baciata continua a preoccuparsi della bontà del mondo.

siimg_5638La regia gode di una buona fluidità, e permette, infatti, di perdere poco di quello che avviene in scena: forse basterebbe tagliare qualche piccola minuzia per non subire cali di attenzione; il gioco di luci si alterna tra i fari bianchi e si concentra tra ombre e luci che donano all’esibizione buoni effetti fotografici. Il trucco, inoltre, è ben eseguito e rende bene l’idea delle conseguenze dei fori di proiettile, e dei lividi che segnano il volto dai pugni.

Il teatro sociale attacca ai fianchi di ognuno di noi. La fine è straziante: il coraggio di dire no, di ribellarsi, di fare giustizia è sempre fonte di un linguaggio battente, spinoso e doloroso. Affinché le personalità non siano più rubate, urlare e denunciare le angherie, che all’interno delle famiglie vengono sempre taciute e fatte sparire, diventa una ragione di vita. Una denuncia sociale, quindi, ma soprattutto uno schiaffo a chi comanda, perché la voce dei padroni, grandi o piccini che siano, alla fine sono quelle che fanno morire personalità forti e con grandi potenzialità.

Annalisa Civitelli

Foto: Alessandra Notaro

 

Ar.Ma Teatro

dal 13 al 22 gennaio

Io rifiuto

scritto e diretto da Francesca Romana Miceli Picardi

con Marina Cappellini e Manola Rotunno

 

 

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