Oh mio Dio!

Una conversazione con Dio

Il Teatro Hamlet di Roma riserva spettacoli particolari e mirati a un pubblico consapevole che il contesto teatrale possa riservare pièce qualitativamente valide. In questo caso abbiamo assistito alla messa in scena del testo dell’israelita Anat Gov capace di porci di fronte a un modo di pensare completamente diverso dal nostro, contestualizzando la religione come fonte di rinnovamento e di spirito personale

La scenografia completamente bianca e minimale concede al pubblico la sola osservazione e l’ascolto rivolti agli attori in scena. Anche con gli abiti si gioca solo con il bianco e il nero: luce e ombre che, in campo religioso, confondono a volte il proprio sentire verso Dio.

Credere o non credere, dunque, diventano due forti domande esistenziali. Debora Giobbi interpreta una psicologa infantile, Ela, ed è madre di un figlio autistico (Davide Cherubini) mentre Doron Kochavi è Dio, il quale richiede una seduta con la Dottoressa, e crede di risolvere la sua depressione in soli cinquanta minuti.

La regia pulita ed essenziale di Gina Merulla si concentra sempre sul corpo, ma questa volta esalta il dialogo e le movenze, che a noi non rimane che interpretare. Lo spettacolo denominato “bilingue” è recitato sia in italiano, sia in ebraico, affinché il progetto “teatro leteatron” (grazie al quale è stato messo in piedi “Oh mio Dio!”) continui a vivere per avvicinare le culture mediante un linguaggio comune come il teatro.

Il dibattito ampio e complesso nasce dalla genesi dell’Universo: da quando Dio ha creato il mondo e poi ha smesso di sentirsi felice dopo aver generato l’uomo. Da qui si dipanano le sfaccettature dei molti problemi che noi stessi creiamo con le nostre dinamiche, innescando guerre e violenza, disimparando a non osservare la semplicità, partendo dalle cose più piccole ed essenziali. Si incolpa così Dio, facendolo divenire disumano e crudele, impotente perché non più capace di risolvere i problemi.

Dio e la Dottoressa sembra si indaghino a vicenda: tra ricordi dolorosi e nostalgia, realtà e immaginazione talvolta si confondono, ingannandosi. Lo sfondo intimistico e psicologico della narrazione – con un tocco ironico che sdrammatizza il contesto – risuonano dentro di noi come la colpa di una madre nell’aver messo al mondo un figlio malato e lo sconforto di Dio, in quanto egli sente che ci rivolgiamo a Lui solo quando le cose vanno male. Un Dio non solo cristiano, ma che appartiene a tutte le religioni, solo chiamato con nomi differenti.

Ambedue i personaggi desiderano morire: perché ? Il confine tra vita e morte è labile e risiede nel nostro sentire, nell’insita forza personale, a ciò che ci si aspetta dagli altri, nell’ascolto che pretendiamo, a volte, ma senza ricambiarlo.

Un quadro quindi capace di rispecchiare la solitudine odierna e la complessità dei rapporti umani e di come poter amare o almeno re-imparare a farlo con purezza e senza inganni, allontanandoci quindi dalla sensazione dell’abbandono.

Durante la recitazione le videoproiezioni traducono la lingua madre di Kochavi, fuorviando però gli astanti dalla scena mentre il disegno luci accompagna tutta la vicenda con sobrietà.

Una rappresentazione che, in scena al Teatro Hamlet solo l’11 e il 14 maggio, ancora necessita di qualche ritocco. Si evince però un meticoloso studio preparatorio, faticoso e stimolante, e noi usciamo dal teatro arricchiti, pieni di domande senza risposte se non dentro di noi.

Annalisa Civitelli

Foto: Miriam Taurino

 

 

 

Teatro Hamlet

11 e 14 maggio

Oh mio Dio!

testo di Anat Gov

traduzione di Pino Tierno

regia di Gina Merulla

con Doron Kochavi e Debora Giobbi 

con la partecipazione di Davide Cherubini

scenografia Mihai Cociorvan

costumi Agnese Pizzuti

luci e fonica Massimo Secondi

 

 

 

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