Tribù

Se le cose un giorno…

Al Teatro Tordinona di Roma, il 25, 26 e 27 gennaio la Compagnia Teatrale Enter ha presentato Tribù. Basandosi su una memoria fotografica particolare contestualizza il Novecento – il secolo nervoso – facendo muovere i personaggi all’interno di un immaginario che potrebbe appartenere ad ognuno di noi

Nell’ambito della rassegna dedicata a Duccio Camerini: “Memorie Immaginarie, il teatro di Duccio Camerini”, al Teatro Tordinona di Roma dal 25 al 29 gennaio, vediamo come il testo dello stesso autore, Tribù (vincitore nel 2000 del “Premio Fondi – La Pastora”), venga presentato con eleganza. Lo spettacolo, infatti, si avvale di un ottimo movimento scenico, il quale conduce gli astanti nella storia di una famiglia del Novecento. La regia di Luca Milesi, ben sviluppata e fluida, sfrutta lo spazio in modo armonico e lineare, ma soprattutto avvalora il lavoro svolto sulla voce e i suoi incastri. Gli attori, infatti, creano una comunicazione costante e cadenzata, giocando con i dialoghi, che congiungono i personaggi.

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Sul palco, affiancano il regista, Maria Concetta Liotta, Alberto Albertino, Fabrizio Bordignon, Serena Renzi, Valentina Tramontana e Francesco Sotgiu, che interpretano le anime uscite dal un album fotografico: rivivono, facendoci così partecipi del loro vissuto. Seppure siano tutte legate dallo stesso sangue, i loro rapporti familiari sono spezzati dalla paura di affrontare le responsabilità.

La vicenda si snoda toccando vari periodi del Novecento: dalla guerra al fascismo agli anni Settanta, il periodo delle contestazioni, per terminare alla fine dello scorso secolo. L’album di fotografie innesca la narrazione: quando si guarda una foto capita di sentirsi parte di essa. La percezione che vive Dudù è, che chi è ritratto in quelle immagini, sia parte di lui. Quattro generazioni, dunque, vivono all’interno di un disegno ricreato dal ritrovamento di quell’album, in una casa con un lungo corridoio, dal sapore e dal fascino delle abitazioni d’epoca.

Sin dall’inizio della pièce si vivono le continue connessioni che uniscono vivi e morti; l’ininterrotto dialogo tra i personaggi; la curiosità che spinge a conoscere il mondo; gli intrecci, le circostanze, e gli incontri a cui i protagonisti sono soggetti. Essi interagiscono, ma non si parlano in modo profondo: non attraversandosi, non scoprono la verità che li unisce, lasciando intendere quanto alcuni percorsi dovevano essere vissuti in quel modo lì, non diversamente.

Gli attori entrano in scena impadronendosi ognuno del proprio spazio: sussurrano i propri monologhiTeresa, Gerolamo, Ester, Mila, Vittorio, Dudù, e Mario, così, prendono vita. I vissuti dei sette personaggi, dunque, sono quelli di una famiglia, che non è mai stata tale, ma solo rievocata. Teresa e Mario sono vestiti di bianco: durante il corso dell’esibizione si comprenderà il perché. Vittorio, Mario, Ester e Dudù sono tutti figli, frutto di amori intensi, ma anche violenti, gelosi, folli, legati al passato, e poco forti per resistere a quel legame; Gerolamo e Mila, invece, sembrano ancorati ai ricordi nostalgici di ciò che hanno perso.

La recitazione è scandita da una gamma espressiva forte, emozionale e vigorosa; sul fondo scorrono le immagini dei personaggi rigorosamente in bianco e nero: ripercorrono la storia di una stirpe, generata da Teresa e Gerolamo. Interpretati da Concetta Liotta e Luca Milesi, vivono un amore intenso: lui romano (parla un elegante e poetico dialetto), ha un’impresa di traslochi; lei elegante e raffinata, ha raggiunto Roma dal Sud. Vittorio è il figlio. Fabrizio Bordignon ne veste i panni: bravissimo e impetuoso, cresce in orfanotrofio e vive l’epoca di Mussolini. Abbandonato da neonato sembra non avere né schemi, né principi: è in balia di sé stesso. Teresa, infatti, muore di parto, Gerolamo lascia il figlio a Micheluccio e Caterina, i suoi aiutanti, per poi fuggire a Napoli e imbarcarsi sulla prima nave per l’America.

Gli eventi successivi si dipanano, creando quasi un astrattismo di sentimenti non banali: la paura di affrontare il dolore, tantomeno di sopportarlo; non sentirsi in grado di prendersi cura di un neonato; la fuga per non assumersi le proprie incombenze; le perdite alle quali si rimane legati, parlandoci. Gli abbandoni, e le diversità, infine, le gelosie, la cattiveria e la solitudine, fanno riflettere.

Teresa guarda i suoi uomini da lassù; Dudù, interpretato da Alberto Albertino, narra: apre e chiude la storia con delicatezza e toni malinconici. Francesco Sotgiu è Mario, il figlio morto, mai dimenticato e al quale si parla sempre; Valentina Tramontana veste i panni di Ester: una vera settantottina ribelle e omosessuale; Serena Renzi, impersona Mila, frustrata, non accetta la figlia, si rinchiude in sé stessa facendo del silenzio la sua arma; Gerolamo è l’uomo di altri tempi, innamorato a vita del primo e unico amore della sua gioventù.

Un quadro davvero ben dipinto e interpretato dove, in alcuni momenti, la portata di voce degli attori risalta: Serena Renzi si esprime con rabbia e voracità, e proprio in quel momento il personaggio sembra appartenerle davvero; Maria Concetta Liotta dosa bene la sua vocalità, sebbene sia bassa, è calda e avvolgente; Bordignon, con la sua parlata romana, è incalzante; anche Luca Milesi, infine, gioca bene con le gestualità del suo essere anziano e il suo dialetto romanesco. Proprio per il lavoro approfondito sulle voci, e per l’evocazione che suscita, la compagnia Enter ha vinto il premio Migliore Compagnia alla V Edizione del Festival Nazionale del Teatro “Scenari di Casamarciano” nel 2015.

Annalisa Civitelli

Foto: Alessandra Notaro

 

Teatro Tordinona

Rassegna: “Memorie Immaginarie, il teatro di Duccio Camerini”

dal 25 al 29 gennaio

Compagnia Enter

presenta

Tribù

25, 26 e 27 gennaio

testo Duccio Camerini

regia Luca Milesi

con Maria Concetta Liotta, Alberto Albertino, Fabrizio Bordignon, Serena Renzi, Valentina Tramontana, Luca Milesi e Francesco Sotgiu

tecnici Roberto AvolioGiuditta Pagano

 

 

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