Zombie

L’omologazione dei morti viventi

Al Teatro Olimpico di Roma, dal 31 marzo al 9 aprile, Zombie rappresenta un po’ quella che è la realtà parallela: la ricerca del bello in contrapposizione all’uniformazione di gruppo. Tra narrazione, musica e canti, si sviscera il filo conduttore grazie a un quadro critico e nostalgico al contempo

Un video apre lo spettacolo. Commentato da Giancarlo Ratti, facente parte del gruppo dell’ormai famigerata trasmissione radiofonica de Il Ruggito del Coniglio, vediamo immagini inerenti a ciò che viviamo attualmente.

Lo sfondo narrativo di Zombie è una tragedia imminente. Si ha paura, quindi, di rimanere vittime di un’epidemia e dell’invasione dei “morti viventi”. Noi pubblico siamo come degli ostaggi: trattenuti, saremo protetti da Marco Presta, pronto a salvarci. Il Teatro Olimpico così diventa il luogo salvifico da questa eventualità, la quale identifica il marcio: tutto il brutto che c’è.

Paiella intona Meraviglioso: alle sue spalle un video con immagini di guerre, bombe atomiche, caos, distruzione, politica e assassini, in netta contraddizione con la canzone. La rappresentazione si suddivide in vari sketches, che vanno controcorrente rispetto agli stereotipi moderni. In questo caso un omosessuale fa “outing” e la famiglia lo accetta in tutte le sue forme: una reazione contrastante rispetto a quello che si legge nelle cronache giornaliere.

Situazioni paradossali, dunque, creano un contesto dal sapore dolce-amaro, in cui la critica goliardica è rivolta alla televisione e al linguaggio facile e rapido di oggigiorno. Più vicina al pubblico e dunque meno qualitativa, la parola viene sostituita dalle fiction, dai format televisivi, dai cellulari, dai selfie, dall’immagine, dalla riconoscibilità di personaggi pubblici e dai fatti privati nelle pubbliche piazze.  Una scena, a nostro parere troppo lunga, rappresenta infatti questi ultimi due status, i quali ci portano a essere presenzialisti.

E se Shakespeare tornasse? Non sarebbe di certo capito. La poesia è un escamotage per accostare Petrarca ai Beatles, ma certamente un suggerimento a rientrare in contatto con sentimenti e metodi di scrittura più profondi.

Ogni scena è anticipata da video grafici: realizzati in modo semplice, contestualizzano dimensioni cittadine e periferiche, dai toni grigiastri, mentre gli ambienti casalinghi e i parchi sono più colorati. La regia di Fabio Toncelli è molto equilibrata: permette, infatti a Marco Presta, Max Paiella e Attilio Di Giovanni di vivere il proprio spazio. Presta porta un po’ di se stesso sul palcoscenico, acquisendo le sembianze del narratore nostalgico.

Accostandosi alla natura, risalta dunque una ricerca più attiva di noi stessi e della felicità: “Come ritrovarla?” Di fatto è uno sentire interno che vive nel tempo e nello spazio, ma percepire il “qui e ora” sembra essere la soluzione più idonea. Molte sono le riflessioni sulle quali il testo di Presta e Toncelli invita a soffermarci. Soprattutto sull’amore che vive di “assicurazioni” e sulle religioni, le quali, invece di fraternizzare ed essere pacifiche, sono sempre in lotta tra loro.

Paiella è un’ottima spalla: a suo agio canta e imita facendo divertire il pubblico. La sua versatilità è dunque l’impronta che lo identifica. L’accompagnamento al pianoforte di Attilio Di Giovanni è di base melodico: dallo swing al jazz alle sonorità dei Beatles si dimena in modo impeccabile.

Ammettiamolo, noi non siamo mai sicuri della strada che vogliamo prendere: alla destra e alla sinistra, preferiamo la terza via. Presta infatti ci identifica come stradali: per uscire dalle situazioni difficili si trova sempre una terza “scappatoia“. La direzione che invece propone Zombie è sicura: quella dell’utopia: “Cosa c’è nell’altra vita?” Si spera cose belle e piene di soddisfazioni, dove i problemi sono ridotti e tutto va liscio. La sensazione che ci portiamo addosso è quella di attesa: qualcosa accadrà in nome di qualche miglioramento e cambiamento.

La canzone di chiusura sembra essere un sunto della performance: Presta, Paiella e Di Giovanni cantano in modo corale e sono in perfetta sintonia. Il cameo di Cristina Pensiero, invece è quello dello zombie vero e proprio: il costume curato da Maria Freitas è veramente inerente all’atmosfera. Sulle note del tip tap, scopriamo che i “morti viventisiamo noi: omologati e standardizzati senza alcuna differenziazione o almeno poche di quelle visibili.

Annalisa Civitelli

 

 

Teatro Olimpico

 dal 31 marzo al 9 aprile

Zombie

scritto da Marco Presta e Fabio Toncelli

regia Fabio Toncelli

con Marco Presta e Max Paiella

e con Attilio Di Giovanni al piano

e la partecipazione di Cristina Pensiero

musiche Max Paiella e Attilio Di Giovanni

costumi Maria Freitas

scenografia Carlo Ficini

video Claudio Piccolotto

luci Zothouse

audio Lallo Costa

direttore di scena Diego Caccavallo

 

 

 

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