La civiltà del lavoro

Viaggio storico e fantastico: l’idea del lavoro nelle varie epoche

difficili tempi di lavoro delineano, ultimamente, un certo malcontento. Si prova dunque ad inventarsi un impiego e si prova a far fronte all’infelicità e alla depressione. In un mondo di coccodrilli dove si è pronti a mangiarsi l’uno con l’altro per un salario, anche minimo, si desidera essere un vincente o un perdente? La pièce, un fulmine a ciel sereno nel vasto panorama teatrale romano, vanta registri sociali e contemporanei, contestualizzando un futuro non poco distante

Questo il focus della rappresentazione portata in scena dall’Associazione Culturale “L’Attore in Movimento” al Teatro Tordinona nel cuore della capitale. Interessante e innovativa“La civiltà del lavoro”, scritta e diretta da Antonio Gavino Sanna si accosta al teatro di strada e alla Commedia dell’Arte, attualizzandola.

L’excursus sulla fenomelogia del lavoro racconta la sua nascita fino ad arrivare ad oggi, sottolineandone una robotizzazione agonizzante, ma in modo piuttosto frettoloso, verso il termine della performance.

Per esaltare il testo la scenografia è essenziale: composta di tre pannelli e un sacco sui toni grezzi, aiuta infatti a concentrarsi proprio sull’interpretazione.

Dalla campagna, dove gli animali servivano appunto a coltivare la terra e al contempo coadiuvare l’uomo si arriva ai greci e ai romani, popoli che credevano nella “sovrana democrazia”. L’alternanza di dialoghi e monologhi affronta argomenti ampi; se ne sviscerano di vari legati al lavoro, quello che “dovrebbe renderci liberi”.

Con neanche tante sorprese scopriamo che oggi nulla è cambiato: siamo la generazione dalla pura schiavizzazione, frutto di contratti e leggi sbagliate; siamo governati male e comandati oltre che ricattabili da padroni sempre in cerca di ricchezza e dunque con l’intento di capitalizzare i loro averi.

L’impressione, però, è che la pièce non sia di facile comprensione, poiché affronta tematiche concettuali e complesse da seguire ma il ritmo serrato, al tempo stesso, coinvolge dall’inizio alla fine grazie alle incursioni di battute ilari, che destano il nostro interesse e alleggeriscono gli argomenti trattati.

Parole ardite e cadenzate svolgono il compito di condurci verso il periodo medioevale, dove si viveva nei Comuni, ognuno con il proprio mestiere. Ma con l’andar del tempo le colonizzazioni, la sottomissione, il dimandare e gli affabulatori hanno modificato ideologie e luoghi, pertanto sono entrati a far parte del sistema.

Ci si domanda così che cosa sia il lavoro.

Vennero poi i mercanti capaci di rivendere la merce acquistata a prezzi più alti; si giunge al Rinascimento con le corporazioni; all’urbanizzazione; all’industrializzazione: alle contestazionivoci del popolo – infine, alle riforme.

Grazie alle movenze minime, addirittura prospettiche la recitazione è degna di nota: gamma vocale ed espressiva sono incisive e l’intero cast ha dato una grande prova attoriale oltre che abbigliarsi di colori neutri e acidi, uniformandosi all’insieme. Ogni attore veste i panni del popolo, del narratore, dei padroni: si vive dunque uno scambio di personaggi dinamico e ben congeniato, mai stancante. Lo sfondo musicale, inoltre, è un ottimo accompagnamento.

Purtroppo la rappresentazione, però, andrebbe accorciata, perché molto lunga; gli spazi temporali sono ben gestiti fin quando si rappresenta l’epoca storica antica con l’uso di maschere e di pupazzi.

Quest’ultima, affascinante, lascia spazio all’immaginazione, mentre, al contrario, la connessione con l’epoca contemporanea, rapida e fulminea, non è resa al meglio. Non ottiene di conseguenza l’effetto desiderato, come lascia a desiderare la chiusa.

Lo spettacolo di fatto potrebbe concentrarsi sulla prima parte, lasciar quindi rispondere al pubblico alla semplice domanda: “Oggi come oggi, qualcosa è cambiato?“, proprio perché verso la fine si narra di cose conosciute e ridondanti.

Sfruttamento della terra, ecologia, progresso, esuberi, licenziamenti, depressione, infelicità, concetto di capitale e di utile sono altri soggetti contestualizzati. Il viaggio nelle ere lavorative ci invita dunque a comprendere quanto sia rilevante ri-conquistare i propri diritti come la “Dichiarazione Universale dei diritti umani” e a non perdere la propria dignità.

Annalisa Civitelli

Foto: Pierluigi Veronesi

 

 

Teatro Tordinona

dal 20 al 25 febbraio

La civiltà del lavoro

di Antonio Gavino Sanna

regia Antonio Gavino Sanna

con Maria Giulia Ciucci, Gianfranco Miranda, Giulio Pierotti, Antonio Gavino Sanna e Serena Ventrella

maschere e pupazzi Azadeh Shirmast

scene e costumi Azadeh Shirmast e Antonio Gavino Sanna

luci e fonica Pasquale Citera

produzione Associazione Culturale L’Attore in Movimento

 

 

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