Sogno Ma Forse No

La farsa dell’amore tra inganno e ipocrisia

Il testo di Luigi Pirandello mette al centro le relazioni sentimentali in una veste noir, sospesa tra sogno e realtà. Il sentimento che diventa ossessione è una porta spalancata verso uno spietato e inevitabile gioco al massacro, che richiede un sacrificio estremo, nel tentativo di salvare il salvabile

Dal 23 al 25 febbraio scorso, il Teatro dei Documenti di Roma ha ospitato la mise en espace di “Sogno (ma forse no)”, diretto e interpretato da Vittoria Faro. Al suo fianco vi sono Ivan Giambirtone ed Elisabetta Ventura, protagonisti eccellenti di una messinscena dal taglio cinematografico incentrata su un senso di costante ambiguità, in una dimensione surreale e onirica.

Le dinamiche tra una Giovane Signora (Vittoria Faro), un Uomo in Frak, suo amante, (Ivan Giambirtone) e una Cameriera (Elisabetta Ventura), sono al centro di eventi oscuri e indefinibili.

Lei, ricca, ambiziosa e stanca del suo innamorato, sembra attratta da un antico amore, da poco ritornato dopo aver fatto fortuna in Oriente. Un vezzo di perle, ambito dalla Giovane Signora, è conteso tra l’Uomo in Frak e l’altro pretendente. La Cameriera, muta, sarà colei che svelerà gli inganni solo a conclusione di tutto. Così sembra, ma forse no.

Attrice e regista audace e coraggiosa, Vittoria Faro continua a stupirci con un allestimento realizzato come una grande partitura, dove testo, musica e movimento sono un unico corpus in perfetto sincrono. Mimica e gestualità, esaltate da uno studio preciso sul movimento scenico, amplificano la naturale espressività dei tre artisti, accompagnandosi a una recitazione impeccabile, che catalizza l’attenzione del pubblico.

Il Teatro dei Documenti è un piccolo gioiello di architettura scenica, splendido nei suoi interni dai toni del sabbia, avorio e bianco: una tela perfetta sulla quale la Faro, Giambirtone e la Ventura si muovono in netto contrasto grazie alle cromie scure e marcate di abiti e trucco. Unica eccezione per la protagonista, in un lungo vestito bianco con ali di piume: una candida donna-angelo, maliziosamente provocatrice.

La scenografia si avvale di una grande cornice nera rotante, messa in posizione centrale, che fa da specchio, da porta e da finestra.

Il taglio netto delle luci ridisegna i volti, spesso deformandoli, alimentando un senso di tensione e oppressione crescente. Lo stesso avviene anche nella colonna sonora: a un pianismo simile a quello dei primi del Novecento, si alternano, infatti, sonorità spettrali, quasi psichedeliche, con parti aleatorie dal sound progressive.

In “Sogno (ma forse no)”, la visione onirica è il luogo in cui proiettare le ossessioni, le paure, i mostri dell’anima oppressa dal perbenismo di facciata: quel che non si può dire, per rispetto delle convenzioni e della morale comune, prende vita in una sorta di delirio cosciente e alimenta una tempesta inevitabile. Ottimo, quindi, è il lavoro della Faro, che rispecchia fedelmente gli elementi essenziali della poetica pirandelliana, convertendoli in arte scenica.

Sulla scia di un Pirandello espressionista, lo spettatore rimane sospeso in un limbo senza confine, dove l’unica certezza è la duplicità della vita reale. In essa, ognuno di noi è la maschera di se stesso, un essere coscientemente in bilico – ma forse no! – tra il dover essere e il voler essere.

Elena D’Elia

Foto: Sergio Battista

 

 

Teatro dei Documenti

dal 23 al 25 febbraio

Sogno Ma Forse No

di Luigi Pirandello

regia Vittoria Faro

con Vittoria Faro, Ivan Giambirtone e Elisabetta Ventura

 

 

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