Cute

Tatto, contatto ed emozioni a fior di pelle

La pelle, intesa come spazio privilegiato su cui imprimere ed esprimere il nostro vissuto intra-interpersonale, al centro della performance di teatro danza. Profonda, a tratti angosciante e affascinante, perfettamente costruita in termini di empatia e di espressione corporea, sonora e musicale.

Primo contatto con il mondo esterno, permeabile e vulnerabile barriera umana, luogo di tenerezze, mappa indelebile delle nostre esperienze e della nostra vita, sede tangibile e metaforica attraverso cui doniamo, riceviamo, subiamo e collezioniamo le nostre memorie: la nostra pelle.

Cute, lo spettacolo della Compagnia Matroos rivelazione al Fringe Festival 2015 e in scena al Teatro Planet il 19 e 20 marzo, è un lungo ed intenso viaggio attraverso la ri – scoperta dell’invisibile ma onnipresente tracciato che ognuno di noi porta impresso sulla propria pelle, un mosaico al quale ogni giorno si aggiunge un tassello fatto di gesti leggeri e profonde impronte.

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Lo spettacolo è molto diretto, intenso, profondo, a tratti angosciante e tuttavia affascinante, perfettamente costruito in termini di empatia e di espressione corporea, sonora e musicale. In scena, solo un telo grezzo color ocra, un epitelio duttile che ospita l’essere umano dalla sua embrionalità fino alla nascita. Dietro ad esso, la performer Lisa Rosamilia si muove seguendo una partitura improvvisata, danzando in totale sintonia ed empatia con il suo alter ego musicale al pianoforte, Giada Bernardini.

Come nella vita intrauterina, compaiono dapprima rumori disorganizzati che via via prendono forma e dimensione, diventando suono strutturato e presenza fisica sulla scena. Nell’alternarsi di quiete e tensione, l’essere umano è inizialmente una presenza appena intuibile: dapprima solo un ago che attraversa il tessuto, poi compaiono le dita, le mani, le braccia. Il corpo inizia ad intravedersi, emergono i piedi, le gambe, il viso deformato dalla tensione che crea impattando con l’elasticità della stoffa.

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Nel continuum di ritmi, pulsioni ed azioni di intensità sempre diversa, il respiro e la fatica fisica vivono in comunione con l’andamento musicale. I muscoli rivelano rabbia, fatica, affanno, ostinazione, quasi come se il corpo fosse posseduto da una forza sconosciuta e incontrollabile. O forse sì, è possibile in qualche modo governarla: se non la puoi combattere, allora meglio farsela amica. Se la vita ci tira in ballo, allora è meglio ballare al meglio delle nostre capacità.

Non si nasce una volta sola, ma ogni volta che riusciamo a far rimarginare le nostre ferite dopo un trauma: questo sembra voler comunicare l’esibizione di Lisa Rosamilia nella sua assoluta perfezione. Una performance multimediale sicuramente originale, di grande impatto e forza comunicativa, in cui tutto esprime emozioni, sinergia, coinvolgimento corporeo e intrapsichico che diventano rivelazione agli occhi di chi guarda.

Funzionali a tale risultato sono sicuramente la scenografia, così come l’abbiamo descritta – una grande installazione di tessuto grezzo con aperture attraverso le quali il corpo manifesta la sua presenza – e il disegno luci, con toni caldi e puntamenti che creano giochi di tridimensionalità, agendo in maniera ottimale sulla profondità di campo e guidando l’attenzione dello spettatore nel seguire ogni movimento della danzatrice.

Giada Bernardini, pianista dotata di grande talento e notevoli capacità improvvisative, contribuisce in maniera decisiva all’architettura musicale dello spettacolo, con sonorizzazioni dal vivo ottenute attraverso l’uso di mixer e looper adoperati al buio e a piedi nudi, e utilizzando la voce, il pianoforte ed altri elementi come stoffe ed oggetti anche in maniera non convenzionale, in una sorta di musicarterapia che trova la sua catarsi nella dimensione totalmente non verbale dell’evento.

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Cute è la vita di ogni individuo intesa nella sua dimensione epidermica. È contatto ma anche repulsione, è un abbraccio, una ferita, una cicatrice: è il luogo in cui abitiamo, sede di trasformazioni e metamorfosi inaspettate. Tra le sue pieghe c’è la storia atavica dell’umanità intera, da ogni poro passa la nostra esistenza, simbolo di un involucro che ci custodisce immutato, ma che mutevole sa cadere e rigenerarsi, nell’eterno movimento dell’anima che oscilla tra il dolore, il conforto e l’inevitabile ritorno alla vita.

 

 

Elena D’Elia

Foto: Sergio Battista

 

 

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